Il manifesto, giovedì 19 giugno 1997, pag. 23

Tradotta l’«Ottica» di Euclide

La teoria della visione del grande matematico greco, per la prima volta in italiano
La scienza antica è sempre più oggetto di discordante attenzione. Già quest’anno aveva avuto notevole successo editoriale (sempre rispetto agli standard della saggistica) il libro di Luigi Russo, «La rivoluzione dimenticata» (Feltrinelli). Oggi pomeriggio, nello stesso filone problematico, sarà presentata a Roma, presso la libreria Il Manifesto, la prima traduzione in assoluto dell'Ottica di Euclide.
La tesi del libro di Russo era che noi abbiamo un’immagine ridotta – e rimpicciolente – della scienza ellenistica: in essa infatti ebbe luogo una rivoluzione di grande portata, di cui non ci rendiamo conto, una rivoluzione che fu sommersa dalle conquiste e dagli stermini dei romani, dalla decadenza dell’impero e delle culture, dal prevalere delle superstizioni. Il problema sottinteso è che se una tale rivoluzione poté essere azzerata, uno stesso destino può attendere anche la «nostra» rivoluzione scientifica. L’idea inquietante è che i «progressi» umani siano reversibili, che le conoscenze possano essere acquisite e poi smarrite e poi ritrovate di nuovo.
Per sostenere questa tesi è necessaria però una rilettura critica delle opere antiche che le spogli dei pregiudizi di cui hanno ammantate due millenni di tradizioni culturali. E a questo compito si è dedicata Francesca Incardona nel curare la traduzione integrale dell’«Ottica (Immagini di una teoria della visione)» di Euclide (Di Renzo Editore, prefazione di Alfonso Maria Liquori, poscritto di Giovanni Iorio Giannoli). Non è infatti casuale che l’«Ottica» non sia mai stata tradotta. Fino al 1895, quando fu pubblicato il testo originale, se ne conosceva solo una versione del IV secolo dopo Cristo (Euclide invece operò invece tra il 300 e il 280 a.C., cioè sei secoli prima). E la versione tardiva (concettualmente imbastardita) accreditava la tesi che quest’opera fosse radicalmente sbagliata. Per due ragioni. La prima è che Euclide sosteneva la teoria corpuscolare, cioè dei raggi luminosi rettilinei, mentre nell’800 prevalse la teoria ondulatoria della luce. Il secondo errore imputato ad Euclide era di aver sostenuto che i raggi luminosi partissero dagli occhi per colpire gli oggetti visti, mentre da tempo si ammette che l’occhio non faccia che percepire la luce emessa (riflessa, difratta, diffusa) dagli oggetti.
In realtà, sostiene Russo ed argomenta Incardona, Euclide fa un uso del tutto formale dei raggi visivi: la sua non è una teoria della luce, ma una teoria della visione ed esplicitamente l’«Ottica» è un trattato sulla proiezione delle immagini e sulla prospettiva in cui i raggi vengono trattati come segmenti che partono da A e arrivano a B: ma per il ragionamento è del tutto equivalente se invece partono da B e arrivano ad A.
Un’operazione meritoria dunque, non fosse altro perché restituisce a un lettore ignaro di greco un documento straordinario sul modo di ragionare di Euclide. Ma anche un’operazione delicata perché si espone alle accuse di «anacronismo» cioè di leggere Euclide in chiave bourbakista, ossia con gli strumenti concettuali dell’assiomatica, della logica, delle teorie del linguaggio moderne. Di questo, nella presentazione di oggi, discuteranno con Francesca Incardona, Alfonso Maria Liquori, Marco d’Eramo e Danili Parisio.