Il sole-24 ore, domenica 21 dicembre1997, pag. 28

I tempi infiniti del cambiamento

Giovanni Santambrogio

(Franco Ferrarotti, Sacro e religioso, Di Renzo Editore, Roma, pag. 94)

Dove va l’Italia? Certo la domanda non ha nulla di originale. Quante volte ognuno se l’è chiesto? E quante analisi sono state scritte con questa prospettiva? Eppure, in assenza di risposte soddisfacenti, il quesito si ripropone. Si, perché quando le sorti di un Paese restano sospese nell’incertezza e nessuna riforma avvia cambiamenti capaci di modificare istituzioni e regole della convivenza civile, allora quel che accade assomiglia a una costante che l’Italia ben conosce: il trasformismo.
Finita la Prima Repubblica si profila la Seconda con tutti i vizi della precedente. Chi pensa male su quanto sta accadendo rischia di essere nel giusto e chi ha dato fiducia sin dai tempi delle inchieste su tangentopoli potrebbe riempire il carniere di amarezze e delusioni. La transazione assomiglia a una restaurazione di vecchi regimi senza neppure l’accortezza di cambiare gli abiti.
Sotto accusa, inevitabilmente, c’è la classe dirigente. Quanto è nuova? E soprattutto quanto è interprete delle forze del Paese che vogliono crescere lontane dalle nostalgie ma con la richiesta di poter operare nella libertà senza troppe burocrazie, senza protezioni politiche, senza i fantasmi della dietrologia mai sazia di arroganza, irritazioni, doppie morali. L’Italia non ha archiviato il metodo ricattatorio del compromesso: la maggioranza ne è vittima consenziente e, in un anno come il 1997, è entrata e uscita in crisi politiche generate al proprio interno sull’Europa e sulle 35 ore. Così come dopo il voto amministrativo ha avviato un ripensamento su se stessa con l’insorgere di gruppi e centri autonomi; le buone maniere sconsigliano di chiamarle “correnti” ma della vecchia impostazione democristiana hanno il sapore, la logica, la tattica senza possederne la strategia.
Che dire allora? Chi ama l’Italia esce amareggiato per i tempi lunghi del cambiamento. E un intellettuale e sociologo quale è Franco Ferrarotti, non può che dimostrare un senso di impazienza e di collera. Le sue analisi condotte sul campo dove il “corpo sociale” si muove e la politica recita hanno collezionato una serie di fotografie sconsolanti. L’indignazione dei cittadini sale dalle trincee del lavoro, della disoccupazione, della protesta del Nord e dell’abbandono del Sud. Nessuno l’ascolta raccogliendone il disagio, la voglia di fare, l’orgoglio di alzare la testa e di competere. La politica chiacchiera, le riforme si allontanano sospinte da emergenze che la globalizzazione fa scoppiare giorno dopo giorno. Dove sono i leader? Chi si assume la responsabilità di voltar pagine? Piccole uomini, denuncia Ferrarotti, cavalcano la scena. Lo comprova la facilità di scatenare polemiche senza arrivare a conclusioni. La democrazia è acefala.
Eppure nel paradosso Italia (mal governata e nello stesso tempo competitiva) esiste una comunità che non ha perso energie e valori nonostante le contraddizioni tipiche della società a capitalismo avanzato. Nel Cadavere riluttante tutto questo emerge in rapide analisi sulla mutevole realtà italiana. Due sono i principali soggetti chiamati in causa: i politici e la classe imprenditoriale che sovente non ha superato lo stadio di “borghesia familistica”. L’editore romano Di Renzo ha, invece, raccolto in Sacro e religioso i lavori preparatori che Ferrarotti ha compiuto in vista di tre volumi editi nel corso degli anni 80 presso Laterza su fede, sacro e ateismo. Si tratta di materiali dialettici con la comunità scientifica e sociologica, che, mentre oggi valorizza il sacro, 15 anni fa, lo dava in estinzione giungendo a parlare di “eclissi”. Frettolose conclusioni in nome di una modernità elevata a giudice inappellabile del presente e del futuro. Ferrarotti allora metteva in guardia ricordando che già il positivismo era caduto in una simile trappola, esaurendo le sue stesse ragioni di ricerca. Il repertorio offerto, se consente una lettura storicosociologica, non si esaurisce in essa perché le ragioni dl sacro permangono ancor oggi intatte e i mutamenti religiosi ispirandosi a nuovi fenomeni conservano la domanda di identità resa ancor più drammatica dal fenomeno dell’espropriazione culturale e dalla caduta della memoria. Aspetti che Ferrarotti mette in evidenza.