Nuova Secondaria, 15 novembre 1997, pag. 1, Schede bibliografiche

Christopher Freeman: La creatività nello sviluppo economico

Gabriele Di Giammarino

Il titolo stesso del libro dell’economista inglese Cristopher Freeman, La creatività scientifica nello sviluppo economico, offre uno stimolo non solo al lettore specialista, ma anche al semplice curioso, in quanto comunemente l’idea di creatività si connette con la letteratura, con l’arte. Oggi il discorso sulle due culture ha liberato il terreno da molti pregiudizi, e in quest’opera di chiarificazione si colloca il lavoro del Freeman che da i suoi prestigiosi maestri ha ereditato un sentimento, con nobili ascendenze romantiche, di finalità sociale della scienza e della tecnica. Circola nelle sue pagine la convinzione democratica che ogni progresso è sterile se non esteso a tutti gli uomini del mondo e che i benefici della moderna tecnologia, se limitati alle sole classi abbienti, si ritorcono alle lunghe contro gli stessi beneficiari.
L’economia pertanto non si può ridurre alla stregua di una rigida scienza monetaria, bensì, per essere pienamente compresa, va collocata in un contesto di fatti storici, nel cui ambito si articolano i procedimenti scientifici e le innovazioni tecnologiche. La capacità innovativa delle varie nazioni non dipende soltanto da ricerca, sviluppo, attività tecnica e di mercato, ma soprattutto dall’efficienza con cui si riesce a organizzare tali risorse. Non basta per il progresso della scienza, della tecnica – e quindi dell’economia – che una nazione produca personaggi di eccezionale levatura intellettuale: occorre che questi vivano e operino in un ambiente favorevole. La rivoluzione scientifica del Seicento Italiano, che ebbe nel genio del Galileo un altissimo impulso, fu contrastata dallo spirito controriformistico, mentre il Newton trovò nella sua Inghilterra i favori delle accademie e della corte.
Per questi motivi il Freeman nella prima parte svolge un essenziale discorso in senso diacronico sulle teorie scientifiche e sulla ricaduta di esse nel campo della tecnica e dell’economia in connessione di causa – effetto con le strutture socio-politiche.
In questo itinerario egli si sofferma sul pensiero dell’economista tedesco Friedrich List, teorico del “sistema nazionale dell’innovazione”, cogliendone alcuni spunti che possono avere valore anche ai nostri giorni. Il List, docente di scienze economiche a Tubinga, subì una condanna nel 1820 per aver criticato il sistema doganale che divideva gli Stati tedeschi senza creare alcuna protezione con gli Stati stranieri. Emigrato quindi, nel 1825, negli Stati Uniti, continuò a sostenere la necessità di un sistema protezionistico per poter tutelare le economie in via di sviluppo.
Il Freeman, con le dovute cautele, prospetta anche oggi il sistema anti-liberalscambista del List, come provvedimento necessario alle nazioni deboli che non intendono essere soffocate dalle nazioni forti. La tutela che il List propone alle economie nazionali non è frutto di nazionalismo esasperato, ma della convenzione democratica che “le industrie sono figlie e nello stesso tempo protettrici e nutrici delle scienze e delle arti”, poiché “senza le industrie l’arte e la scienza sarebbero rimaste un privilegio dei ricchi e la loro azione benefica si sarebbe estesa alle masse in modo assai poco rilevante”. Perciò egli attribuì grande importanza alla scuola, all’istruzione pubblica, alla ricerca scientifica e tecnologica, all’arte e ad ogni settore dell’attività pratica o teorica, che potesse essere presupposto dello sviluppo economico, e condannò quell’economicismo esasperato da cui veniva considerato membro produttivo della società chi alleva maiali e non chi educa uomini, anteponendo in tal modo un asino, un cavallo, un bue aggiogato a Newton, a Watt, a Keplero. Il Freeman insomma, teme una concezione della scienza coma “ancella dell’economia”, consapevole dei pericoli che, su scala mondiale, ha avuto ed ha la logica del puro profitto, ma respinge altresì l’idealismo ideologico che attribuisce alla “funzione sociale” sempre e comunque una connotazione positiva.
Le vecchie “utopie”, non meno dannose delle nuove “mitologie”, possono indurre in errore interpretando i fenomeni dell’economia con astratti paradigmi ideologici; per rimuovere tale pericolo occorre usare gli strumenti di una concezione storica innervata sul convincimento che alle rivoluzioni scientifiche fanno seguito quelle tecnologico-industriali, destinate per strettissime connessioni ad incrementare sviluppi economici, validi però nella misura in cui l’uomo risulti un fine, non già un mezzo. A riprova delle sue teorie il Freeman afferma che “gli Stati Uniti divennero il centro dell’economia mondiale ed intorno al 1900 il Paese più industrializzato”; eppure alla fine del nostro secolo il quadro generale è ancora pieno di zone oscure.
Oggi la situazione generale vede grandi squilibri; per il cui risanamento mancano progetti di respiro mondiale; la stessa grande rivoluzione informatica degli anni ’80 ha sbilanciato il preesistente stato dell’economia, venendo meno a tante aspettative. Dato che la tecnologia fa diminuire i posti di lavoro, occorre creare una rete d’istituzioni finanziarie internazionali per controllare la disoccupazione di massa, i danni all’ecosistema mondiale. Le innovazioni tecnologiche debbono coniugarsi con intensi programmi educativi che dovrebbero andare di pari passo con i cambiamenti istituzionali e strutturali. Il quadro generale della situazione attuale del progresso tecnico-scientifico, tuttavia, resta ancora preoccupante, data la corruzione dei grandi colossi industriali (Stati Uniti e Giappone in testa); ma d’altro canto una visione globale dell’economia, ispirata a criteri di razionalità e rispettosa delle risorse umane sta prendendo positivamente piede con i movimenti progressisti. E questo fa sperare per il futuro una vittoria su una situazione generale ancora percorsa da conflitti economici, politici, militari e da sussulti egemonici.
Occorre, dunque, progettare per i nipoti e per i pronipoti.