Secolo d’Italia, sabato 4 ottobre 2003, pag. 15

La sociologia salverà la politica?

Bisogni umani e scelte sociali in uno studio di Gordon J. DiRenzo

Antonio Saccà

È un’impressione inconsueta quella che ci fa rivivere gli anni del tempo passato attraverso l’esperienza di altri che di quegli anni fanno cronaca, se non storia. Ciò vuol dire che gli anni sono trascorsi, e vuol dire pure che noi restiamo, in certo modo, nelle cose, nella realtà che abbiamo fatto e in cui, in qualche modo, siamo stati protagonisti o attori di parti più o meno secondarie. In ogni caso, rivivere noi stessi mediante quel che raccontano altri è un’esperienza non frequente. Ora il volume: “Individuo e società – Prospettive sullo studio del comportamento sociale dell’uomo”, è scritto da Gordon J. DiRenzo. La casa editrice è Di Renzo Editore, in una collana che meriterebbe attenzione. DiRenzo è un italo-americano, e nel volume tratteggia le vicissitudini della sociologia, e segnatamente di quella italiana. Della sociologia italiana, nella misura in cui l’ho vissuta e la vivo, ho perfetta conoscenza, conoscenza su quanto descrive DiRenzo e precisamente delle persone e personalità che egli tratteggia. DiRenzo dà rilievo alla Facoltà di statistica dell’Università la Sapienza di Roma perché in effetti un aspetto della sociologia venne coniato da tale Facoltà, al punto che vi fu l’eventualità che la sociologia, una Facoltà di sociologia, emanasse dalla Facoltà di statistica.
Diversi destini
Sostenitore di questa eventualità fu Vittorio Castellano, a cui fui molto legato in quanto collaborai per anni alla scuola di perfezionamento di sociologia e di ricerca sociale annessa alla Facoltà di statistica, della quale, ripeto, parla DiRenzo, proprio con riguardo al tentativo di far germinare dalla Facoltà di statistica la sociologia. La faccenda merita un’analisi assai specifica. La sociologia in Italia aveva avuto destino avverso. Venuta alla luce, come tutte le sociologie degli altri paesi, tra la fine del Diciannovesimo secolo e l’inizio del Ventesimo secolo sotto l’impulso potente di Emile Durkheim, la sociologia, di natura positivistica subì l’avversione aspra e denigratoria di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile. Anche un saggista che ebbe varie traversie nella sua ricerca intellettuale come Ugo Spirito avversò la sociologia. Le ragioni sono di tale natura: per Croce e Gentile, ma anche per Ugo Spirito, la sociologia non aveva una collaborazione nelle discipline dello spirito, o, per usare questa definizione, nell’esplicazione dello spirito. Non è filosofia, non è storia, non è scienza. Che è dunque? Nulla di preciso. Non aveva uno statuto di disciplina. Poteva certo formulare analisi apprezzabili, Croce ad esempio stimava Simmel; ma non più di tanto. Le vere manifestazioni dello spirito erano la filosofia, la storia e la scienza; la scienza basata sulla fisica e sulla matematica. Da ciò che nel periodo in cui dominò l’idealismo, sia l’idealismo storico di Croce, sia l’idealismo filosofico di Gentile, la sociologia non ebbe svolgimento, almeno sul piano della concezione e dell’affermazione teorica. Di fatto, la sociologia resistette, ma si rifugiò nella statistica. Ecco come si spiega il fenomeno curioso per cui molti che divennero docenti di sociologia passarono dalla Facoltà di statistica, come accennavo all’inizio e come afferma esattamente DiRenzo.
Ma è anche vero che la sociologia nella statistica aveva abito troppo corto, e personalità come Vittorio Castellano cercarono di dare rilievo alla sociologia, ma ritenendo che la sociologia potesse diventare o essere scientifica se si appoggiava alla statistica. È una questione di metodologia che non è il caso di affrontare. Brevemente posso dire che la statistica avrebbe fornito alla sociologia una base sociologica di sicuro fondamento per renderla scientifica. A questo si dedicò attivamente Vittorio Castellano, al punto da tentare un ambizioso proposito: creare nella Facoltà di statistica, e accanto alla Facoltà di statistica, una Facoltà o corso di laurea di sociologia.
L’ipotesi naufragò, e naufragò per opposizione degli statistici, i quali disprezzavano la sociologia, e per opposizione dei sociologi, i quali disprezzavano la statistica o ritenevano che la statistica non potesse fornire la base per la sociologia. Come si definivano i fenomeni qualitativi attraverso la statistica? Questa fu l’obiezione cruciale dei sociologi qualitativi e non quantitativi, come si diceva allora e si continua a dire oggi. Tra costoro, ebbe rilievo Franco Ferrarotti, che riuscì dopo essere stato il primo docente di sociologia, ma in realtà l’aveva preceduto, come ricorda DiRenzo, Camillo Pellizzi, che aveva avuto una sua biografia rilevante negli anni del Ventennio. In ogni caso, la sociologia che si affermò fu quella di Franco Ferrarotti, che propugnò la sociologia in Italia al punto che poi le Facoltà di sociologia si moltiplicarono, come tutti sappiamo. La sociologia di Ferrarotti –seguo DiRenzo ma conosco direttamente queste vicende- non solo non si appoggiava alla statistica se non quando necessario per la ricerca sociale, ma era anche una sociologia impegnata, progettuale, intesa a capire i movimenti della società. Ferrarotti aveva ed ha un’ampia conoscenza della sociologia anglosassone, segnatamente nordamenricana, e si deve a lui l’importazione di sociologi statunitensi, principale tra tutti Torsthein Veblen. E siamo ai giorni nostri. Ormai la sociologia è una disciplina diffusissima, discussa, ma tutto sommato indispensabile. Noi non potremmo “leggere” la società senza le categorie sociali. Chi potrebbe fare a meno di definire la società attraverso gli idealtipi, come si dice: classe, potere, carisma, èlite, ceto, categoria, gruppo, comunità, anomia, devianza e così via e così via?! Sono alcuni dei termini che i sociologi hanno concepito per definire ciò che è la società negli elementi del suo tessuto articolato.
Piccolo trattato
Non possiamo fare a meno di definire la società, e in questo la sociologia è una disciplina indispensabile. DiRenzo non offre particolari novità nella trattazione della sociologia. Egli parla di tutti gli argomenti di cui la sociologia si occupa, non fa altro che trattare con equilibrio i vari fenomeni.
È un piccolo trattato di sociologia generale con qualche spunto di storia della sociologia, come dirò. Di interessante vi è il rapporto tra psicologia sociale e sociologia, ed è proprio dei nordamericani stabilire questo rapporto.
Moltissimi che in Nord America sono sociopsicologi da noi sono considerati sociologi. Valga per tutti Herbert Mead. Successivamente, DiRenzo affronta temi anche essi caratteristici della sociologia nordamericana, ad esempio il rapporto tra personalità e società. Mentre altri aspetti, ad esempio la personalità autoritaria, viene dalla scuola di Francoforte e segnatamente dall’analisi dei sistemi totalitari o autoritari.
Altri aspetti di questa trattazione sociologica generale riguardano il cambiamento sociale, i movimenti sociali e, veniamo al nucleo del libro, i bisogni dell’uomo. La teoria dei bisogni dell’uomo e della sociologia come scienza che sa capire i bisogni dell’uomo, e quindi sa ispirare una politica scientifica, è un aspetto insistito in alcuni sociologi. Soprattutto nei sociobiologi. In Italia, Sabino Acquaviva dà rilievo a questo compito della sociologia. Per Acquaviva, ma, a questo capisco anche per DiRenzo, lo scopo della sociologia è cogliere i bisogni dell’uomo, e una volta colti i bisogni dell’uomo stabilire una politica che viene incontro ai bisogni dell’uomo quando sono bisogni da soddisfare. Una politica che non abbia una visione antropologica e sociologica dell’uomo rischia di essere una politica campata in aria, prescientifica, premoderna, o, se vogliamo, prepostmoderna, misi lasci l’espressione. Ho avuto modo di esprimere qualche riserva su questa capacità delle scienze umane di giungere a percepire i bisogni dell’uomo, e addirittura a dare alla politica l’ispirazione per risolverli e soddisfarli. L’uomo resta un’entità enigmatica, che difficilmente può venire soddisfatta da programmazioni scientifiche di qualsiasi genere.
Errore antropologico
Ma, ogni caso, vi è il tentativo di far sì che la politica abbia attenzione per gli effetti perversi del suo operato. E, soprattutto, che non tradisca in pieno l’uomo. Anche se è arduo teorizzare la “natura umana”, tuttavia qualcosa di fondamentale nell’uomo c’è. Come scrive Acquaviva in varie occasioni, il comunismo non è tanto fallito per il contrasto con il capitalismo, ma è fallito in quanto aveva un’antropologia sbagliata, che non teneva in conto una delle componenti basilari dell’uomo e insopprimibili, ossia lo spirito di rischio e d’iniziativa. Se l’uomo è, oltre che raccoglitore, anche cacciatore, il comunismo, sopprimendo l’elemento dell’uomo cacciatore, negava un bisogno dell’uomo, e quindi era ed è destinato al fallimento.
Dicevo che DiRenzo, a parte questa conclusione sui bisogni dell’uomo che vanno colti per ispirare una politica scientifica, si occupa anche della storia della sociologia. Questo aspetto del volume è quello meno sostanziale. La trattazione che DiRenzo fa dei padri della sociologia, da Comte a Spencer a Marx a Weber a Durkheim a Pareto, è rapida, non esauriente, anche a livello di una informazione elementare. Lo stesso per quel che riguarda la sociologia americana. Quando si tratta di fare compendi, bisogna avere la sensibilità dell’essenziale. Come si fa a parlare di Pareto senza ricordare l’èlite, di Weber senza ricordare la teoria del potere?! E faccio solo dei casi.
Lo stesso potrei affermare per quel che DiRenzo dice di Marx, davvero impoverito o Durkheim e via gli altri. È vero che lo scopo di DiRenzo non è quello di formulare una storia della sociologia, ma un’approssimazione ai temi generali della sociologia. Ma esistono volumi del genere che hanno una più accurata attenzione agli autori canonici della sociologia. Ciò detto, il libro ha, lo dicevo, una conoscenza accurata di come si è svolta la sociologia in Italia, dei grandi temi della sociologia, soprattutto del concetto di personalità, e specialmente ha un’attenzione abbastanza originale per quel che riguarda una visione sociologica del carattere nazionale degli italiani, della specificità italiana. È un tipo di antropologia e di sociologia a cui non siamo abituati e che venendoci da un italiano che vive in America ci fa scoprire noi stessi, certe caratteristiche delle nostre istituzioni, in maniera rinnovata, come avviene sempre quando ci vediamo con occhi esterni. Questa parte è quella da leggere con più attenzione. Ritroviamo degli apprezzamenti alla nostra società e alle nostre istituzioni che spesso noi non rivolgiamo a noi stessi.