L’indipendente delle idee n°90 di Roberta Scorranese

Il trans che si chiama desiderio

I rapporti con loro sono sempre più richiesti. Eppure rappresentano ancora un tabù.
Sono percepiti come figure ambigue e perturbanti. Che cosa li rende così attraenti?

 

Una volta assodato che è proprio possibile, o porco di un cane, che le faccende in codesto reame…,vanno precisati i termini della questione. Perché quando si passa dalle donnine allegre ai trans, eh, no, scatta il “quando è troppo è troppo”. Quando si passa dalle
prostitute ai “travestiti”, la carnalità gioiosa del peccato si raffredda, la
malizia si intorbidisce. E la condanna travalica ogni comprensione, che sia maschilistico - cameratesca o semplicemente umana: la trasgressione scivola nella perversione. Paura, diffidenza o solo invalicabile differenza?

O non è forse la reticenza di fronte ad un atto di onnipotenza per lo più incomprensibile, come quello di voler essere insieme uomo e donna, cielo e terra? Il desiderio di
racchiudere il tutto in sé, che poi è anche l’origine dell’attrazione verso il genere “trans”? «Io sarò sempre così, né uomo né donna, né carne né pesce», diceva Mery, il bellissimo adolescente travestito del film Mery per sempre di Aurelio Grimaldi. Questa identità confusa e magnetica è quello che resta dell’antica sacralità che rivestiva queste creature. Sì, perché in origine i travestiti erano dei “votati”. Attis, antica divinità frigia, sceglie di evirarsi dopo un atto d’amore con la Grande Madre, colei che lo aveva generato e insieme amato. La scelta di cambiare il corso delle cose e di rinunciare ad una parte di sé è quindi insieme gioia e dolore, resurrezione e condanna. I sacerdoti del dio Attis si autocastravano, quindi si travestivano, poi gettando i genitali estirpati davanti alle porte delle case, in un atto rituale. È dall’amore/timore nei confronti della Grande Madre che la psicanalisi contemporanea riconduce le moderne tendenze transgender, sia che si tratti di semplice travestitismo, sia che si arrivi a scelte radicali come quella di operarsi ai genitali. Il femminiello che ritroviamo in tanta letteratura, soprattutto contemporanea, nasce dai culti pagani, dall’ambiguità di antichi demoni bisessuali. Teorema di Pier Paolo Pasolini, in fondo, è un inno alla sacralità dell’amore onnipotente e pervasivo: lo straniero che arriva e si congiunge, indistintamente, con tutti, resta incomprensibile alla morale borghese. Solo una semplice contadina riesce a coglierlo, con la purezza. E lo scandalo nasce dall’incongruenza tra qualcosa che attrae e terrorizza insieme. «Molti uomini cosiddetti normali», spiega Enrichetta Buchli, psicoanalista e
autrice del libro L’amore fatale, Baldini, Castoldi, Dalai, «si sentono attratti da queste creature
per due motivi fondamentali. Da una parte cercano una femminilità esasperata, esagerata, una caricatura insomma della donna, capace di dar loro quei piaceri che una femmina comune non dà. Dall’altra, però, c’è una ragione più profonda: essi cercano il contatto
col tutto, con l’onnipotente, con qualcosa che travalica i generi e che racchiude il mondo intero, uomini e donne. È quindi una scelta duplice». Quando l’indovino tebano Tiresia venne tramutato in donna, secondo la mitologia greca, raccontò che in abiti femminili si prova un piacere molto maggiore. Venne punito. È una questione di simpatia, oggi. Alla bonarietà casereccia con cui ci si rivolge alle prostitute, fa da contrappeso una diffidenza cattiva
nei confronti dei transessuali. Bocca di rosa, poverina, vendeva l’amore in cambio della morte e della maledizione, ma nessuno ha pensato ad una “Canzone per Patrizia”, coinvolta nella notte brava di Lapo Elkann. I ragazzini vanno benissimo per romanzi e ballate, ma la creatura della notte avvicinata da Silvio Sircana è caduta nel niente (anzi, forse, come ha detto Beppe Grillo, è «incazzata nera, perché da quando l’hanno fotografata con un politico, nessuno vuol più andare con lei...»).

E poi c’è differenza tra gli uomini che si travestono da donna e il contrario. Anche quando questo implica la decisione, dolorosa, di cambiare sesso. Lo abbiamo visto nel bellissimo Transamerica, di Duncan Tucker, con Felicity Huffman che riesce finalmente ad avere l’agognato appuntamento per diventare donna una volta per tutte, quando arriva il richiamo
delle radici familiari, che la inchiodano alle decisioni irrevocabili della natura. Ma quale
natura? «Credo che una parola vada spesa per quelli che, soffrendo, prendono decisioni così
estreme», chiarisce Buchli, «perché in quel caso non c’è nessun intento carnascialesco, non ci sono travestimenti bizzarri o provocatori. C’è un dolore difficile da comprendere. Ci si sente
estranei dentro il proprio corpo e, come se non bastasse, oggetto di scherno». Forse il primo tentativo di operazione chirurgica per cambio di sesso è stato tentato in Germania nel 1930. Il pittore danese Einar Wegener decise di operarsi in una clinica di Dresda, divenne Lily Elbe, ma dovette subire le complicazioni dell’intervento: morì per una crisi di rigetto. È andata meglio all’americano George Jorgensen, che divenne Christine Jorgensen nel 1953. La contraddizione tra l’essere attratti e allo stesso tempo spaventati dai trans, era forte anche
nelle civiltà classiche: da una parte i sacerdoti frigi che esibivano pubblicamente la loro ambiguità, dall’altra lo scandalo per l’imperatore romano Eliogabalo che volle uno schiavo bello e biondo come... marito. Parlando degli Sciti, Ippocrate afferma che essi «si vestono di abiti femminili, dicendo apertamente d’essere senza maschilità». In altre civiltà invece,
l’abitudine maschile di vestire panni femminili e ostentare atteggiamenti muliebri era vista con
una leggerezza più innocente, quasi una sorta di ritualità folkloristica, come per esempio tra gli Indiani Mohave, in Arizona, dove i ragazzi preposti alle pratiche sacerdotali nascondevano gli attributi e si autoproclamavano donne. Ma oggi l’immaginario sociale della sessualità non perdona. Come ci ha dimostrato Liliana Giménez, scrittrice e musicista, che ne Il volo
della sirena, Di Renzo Editore, ha raccontato la vera vita di Diana Casas, colombiana nata in un corpo da maschio che a 18 anni diventa donna, riprendendosi la sua vera identità. Racconta Diana: «Nasci già molto femminile e appena puoi cominci a giocare con le bambole. I bambini ti ricordano con innocenza che assomigli ad una bimba e ti trattano come tale. Sono incapaci di darti un pugno in faccia o insultarti. Credo che la più forte conferma del proprio sesso i trans la ricevono nell’infanzia, perché i bimbi si relazionano senza barriere
né preconcetti. In seguito c’è chi ti fa notare che sei un maschio e allora non ci capisci più niente».