L’espresso, 11 gennaio 2007, pag. 103

 

Che forza quei quark

 

Di Piergiorgio Odifreddi

Per la maggior parte del pubblico televisivo italiano, “quark” è l’oscuro titolo di una fortunata trasmissione di divulgazione scientifica. Per i letterati, è una parola inventata da James Joyce in “Finnegans Wake”, nella frase «three quarks for Muster Mark»: probabilmente come storpiatura di “quart”, “quartino”, visto che il libro descrive il sogno di un proprietario di pub. Per i fisici, infine, “quark” è il nome assegnato da Murray Gell-Mann, premio Nobel nel 1969, ai costituenti fondamentali della materia al livello della fisica quantistica: un analogo, cioè, degli atomi per la fisica atomica o delle molecole per la chimica. La scelta del nome è dovuta al fatto che neutroni e protoni sono appunto costituiti da tre “quark”, di tre “colori” diversi (chiamati rosso, verde e blu, benché si tratti in realtà piuttosto di un tipo di carica elettrica). A causa della presenza di questi “colori”, la teoria che regola il comportamento quantistico dei quanti si chiama “cromodinamica quantistica”, abbreviata QCD, e uno dei suoi aspetti più misteriosi è il cosiddetto “sconfinamento”: il fatto, cioè, che i “quark” non si possono mai osservare isolatamente, perché sono tenuti insieme da una forza nucleare che ha la strana proprietà di crescere all’inverosimile quando essi cercano di allontanarsi, e di diminuire fino praticamente ad annullarsi quando invece essi stanno vicini. Lo scopritore della QCD è David Gross, che nel bel monologo-intervista “L’universo affascinate” (Di Renzo Editore, pp 75, € 9,50) narra come è arrivato a formularla insieme al suo studente Frank Wilczek, in un’impresa intellettuale che ha meritato loro il premio Nobel nel 2004.
Da leggere e meditare, per capire cosa fa e come si fa la scienza.