Più libri più liberi, presentazione di venerdì 8 dicembre 2006

Il giro del mondo in 80 minuti

di Gabriele Giammarino


(Umberto Guidoni, Il giro del mondo in 80 minuti, Roma, Di Renzo Editore, 1998, II ed. 2002)
Ebbi già l'onore, nel 1998, di presentare di fronte a un pubblico attento e interessato, che gremiva la sala di Palazzo Barberini, il bel libro di Umberto Guidoni e torno oggi, a otto anni di distanza, a parlarne. Dire chi è l'uomo è superfluo: chi non sa infatti che egli è stato il primo astronauta italiano? Nel 1990 fu selezionato come esperto scientifico per una missione astronautica da quella Agenzia Spaziale Italiana, la ASI, che oggi, dopo un quinquennio di preoccupante decadenza, accenna a risorgere. In una lettera aperta al commissario della ASI Carlo Roppo, pubblicata su un quotidiano il 21 novembre del corrente anno, il professor Giovanni Urbani scrive che oggi si avverte il "preannuncio di una prossima nuova politica spaziale, anzi aerospaziale". Peraltro la recente designazione di Paolo Nespoli a nuovo astronauta italiano offre il segno tangibile che nel nostro Paese, in questo settore, si muove qualcosa di nuovo attraverso un itinerario - è doveroso aggiungere - aperto dal Guidoni.
A questo punto - se mi è concesso di fare un riferimento personale - mi si potrà obiettare: un professore di latino parlerà più adeguatamente del volo di Icaro, descritto da Ovidio nelle Metamorfosi, che dei recenti voli spaziali. Ebbene, mi è impossibile celare il sentimento di orgoglio che provo ricordando Umberto Guidoni come valoroso studente del liceo romano di cui avevo la presidenza. Nondimeno, lasciando da parte queste motivazioni personali, si deve dire con giusta valutazione che il suo libro, felicemente intitolato Il giro del mondo in 80 minuti, nella elegante edizione del dottor Sante Di Renzo, va letto principalmente per tre motivi: l) è chiaro, essenziale, senza fronzoli, eppure completo, e soprattutto privo di compiacimenti personali; 2) il linguaggio risulta preciso come un collaudatissimo congegno tecnico e a un tempo divulgativo; 3) il rigore del discorso scientifico non toglie spazio all'onda fantastica dei sentimenti, allo stupore, alle emozioni, in una parola alla poesia dell'infinito.
Inoltre non posso fare a meno di sottolineare l'impegno civile e politico di Guidoni il quale rifiuta di chiudersi nella fredda corazza dello scienziato ed essere simile in un certo senso - mi si perdoni l'irriguardosa audacia dell'accostamento - a quel personaggio minore di manzoniana memoria che rispondeva a chi gli faceva qualche domanda imbarazzante: "Io abbado a far l'oste".
Per chi, come me, seppe apprezzare negli anni Sessanta il dibattito europeo, o meglio mondiale, sulle "due culture" costituisce ferma convinzione il fatto che ogni scoperta e ogni avanzamento scientifico presentano collegamenti con tutti gli altri settori non solo del pensiero, ma anche della vita associata. Senza questo fondamento gnoseologico la scienza si trasformerebbe in astrusa dogmatica o, nel migliore dei casi, sfocerebbe in una forma di progresso tecnologico caratterizzato da più stretti rapporti di parentela con i profitti economici anziché con lo sviluppo di concetti attinenti a quella che a suo tempo Fichte designava come "missione del dotto". Se poi vogliamo tradurre questa idea in una terminologia moderna, diremo che le conquiste della scienza, qualora deprivata della considerazione dell'uomo come fine e non come mezzo, rischiano di creare – e per molti versi hanno già creato - una conventio ad excludendum più insidiosa di quella collegata alla lotta politica, ma non meno motivata ideologicamente e intesa a mantenere in piedi squilibri, privilegi, ingiustizie.
Che c'entra - mi si potrà controbattere - questo tuo ragionamento con la figura e l'opera di Umberto Guidoni? C'entra, eccome! I suoi meriti di astronauta, di scienziato, di professore nella prestigiosa Università di Houston ci danno la dimensione della sua personalità, ma questa, per grande che sia, rappresenta solo una parte; l'altra è rappresentata dalla sua apertura alle problematiche umane e civili. L'esercizio di quella che i Latini designavano con un vocabolo intraducibile humanitas, deve porsi come condizione basilare perché la scienza non generi i suoi mostri i quali non nascono solo, come diceva Goya in età illuministica o, meglio, post-illuministica, dal sonno della ragione. Nascono, a dire il vero, da un tipo di ragione indirizzata verso obiettivi parziali o errati, destinata pertanto a negare se stessa; nascono da una scienza di storta, incapace di situare l'uomo al centro di una ricerca che sia animata da spirito laico o da spirito religioso e posta al servizio dell'uomo. Una scienza insensibile al rispetto dell'uomo generò, oltre sessantacinque anni fa, medici indegni di questo nome, i quali sperimentarono le loro mostruose tecniche nei campi di concentramento, e genera ancora oggi inventori delle cosiddette bombe sporche. E seppure si voglia prescindere da tali casi estremi, bisogna in ogni modo riconoscere che anche una scienza in grado d'individuare i preoccupanti guasti ambientali di proporzioni gigantesche incombenti sul mondo, ma non disposta a caldeggiare adeguati rimedi, è simile al cane del proverbio che morde la propria coda.
Guidoni è convinto che non si possono prolungare in questi settori inerzia e passività e, di conseguenza, lascia intuire nel suo libro un'ideale consonanza con idee espresse qualche decennio fa da Lewis Mumford quando questo sociologo statunitense auspicava che le macchine fossero uno strumento di effettiva conoscenza, ammonendo a un tempo sui pericoli di una cultura "squilibrata e unilaterale".
Nel presentare la snella opera di Guidoni, che è qualcosa di più di un semplice diario di viaggio, si rafforza in me - e credo anche nell'attento lettore - il convincimento che la società ha bisogno sia del progresso tecnico-scientifico, sia di una liberazione dal "ricatto" della macchina attraverso la poesia, l'arte, la filosofia, nella condivisione di un impegno finalizzato a svolgere una funzione sociale relativamente ad ogni scoperta, ad ogni invenzione, ad ogni conquista, in una sfera che ignori confini, muri, suddivisioni, gerarchie. C'è tutto lui nel suo libro, con i suoi entusiasmi e la sua meraviglia; c'è altresì il consapevole dominio della macchina, non già l'idolatria di essa.
Nella suggestiva parte fotografica, corredata di adeguati commenti, spiccano le considerazioni sulle immagini visibili a occhio nudo sul nostro pianeta dallo spazio e, tra queste, l'Autore responsabilmente si sofferma sulle chiazze dei grandi incendi che si sviluppano nei boschi, essenziali per la sopravvivenza umana e minacciati da chi è interessato a sfruttare un simile patrimonio per fini personali e per il proprio lucro, in dispregio dell'intera collettività, incurante del crimine che commette. Non meno interessanti sono i problemi che l'autore esprime sul destino dell'astronave Terra: "mentre noi astronauti abbiamo un grande rispetto e una grande cura della nostra navetta, che ci permette di sopravvivere in un ambiente altrimenti ostile a ogni forma di vita, non si può dire altrettanto degli abitanti del nostro pianeta che, spesso, non si preoccupano troppo del fatto che la Terra, per quanto grande, è l'unica astronave che abbiamo a disposizione!"
Concludo con questa affermazione di Umberto Guidoni nella speranza che i suoi lettori ne facciano tesoro nella convinzione che ogni conquista della scienza e della tecnica in tanto vale in quanto si so stanzi a di valori etici.