Il Piccolo di Trieste, sabato 15 febbraio 2003, pag1/23

Io atleta e astrofisica per caso

Ricordi, amori e scoperte di una donna che non si stanca di studiare l’universo

Margherita Hack

Sono un’astrofisica e studio le stelle, la fisica dei corpi celesti, ossia come e di cosa sono fatti, come nascono, evolvono e muoiono, qual è la loro temperatura, quale la loro composizione chimica, la fonte dell’energia che li fa brillare e le complesse interrelazioni fra di loro.
Non è facile far capire che cosa sia l’astronomia e, soprattutto, la differenza tra astrologia ed astronomia. Spesso mi fermano per strada e mi dicono: «Lei è la famosa astrologa... ». «No, no, guardi, io sono astrofisica». Alcuni mi chiedono che tempo farà domani o se prevedo terremoti, altri l'oroscopo. Addirittura, c’è stato chi mi ha chiesto di fare le carte o di leggere la mano!
Tale confusione forse è dovuta anche al fatto che la maggioranza delle scienze ha nomi che terminano in logia (geologia, biologia, zoologia), come l’astrologia, che scienza non è, mentre l’astronomia fa eccezione.
Sono diventata astrofisica un po’ per caso. Chi crede nella predestinazione deve sapere che sono nata in una strada che faceva angolo con via Cento Stelle. Quando avevo tre anni, la mia famiglia si trasferì in via Leonardo Ximenes, astronomo (nato a Trapani nel 1716 e fondatore dell’Osservatorio di S. Giovanni delle Scuole Pie a Firenze), come si legge sulla targa stradale, in una zona vicino ad Arcetri, dove aveva ed ha sede il famoso Osservatorio astrofisico. Io non credo nella predestinazione e considero ciò soltanto una buffa coincidenza.
Il babbo era interessato all’astronomia, leggeva i libri di Camille Flammarion, un notissimo astronomo e divulgatore del secolo scorso, ed io ricordo quei volumoni rilegati dalle pagine un po’ ingiallite e con tanti disegni del Sole e dei pianeti. Quanto ero piccola mi insegnava i nomi dei pianeti, mi spiegava la differenza tra i pianeti e le stelle: avevo quindi, rispetto ai miei coetanei, un’infarinatura di astronomia, ma mai avrei pensato di diventare astrofisica.
Leggevo molti libri, tra cui Pinocchio, Le avventure di Sussi e Biribissi e tanti altri che parlavano di animali, che erano i miei più grandi amici; poi «Tarzan delle Scimmie» e «I ragazzi della via Pal». Verso i quattordici anni ho cominciato a leggere i libri d’avventura di Salgari e di Verne, e dicevo che da grande sarei andata ad esplorare i Paesi selvaggi.
Al liceo studiavo senza grande entusiasmo, ma nemmeno svogliatamente, un po’ come un onesto impiegato che cerca di fare conoscenza il proprio lavoro, niente di più. Sapevo che i miei facevano sacrifici per consentirmi di studiare, e avevo il senso del dovere.
Non amavo alcuna materia in particolare. A scuola mi annoiavo abbastanza, giocavo a battaglie navali, insomma passavo il tempo come potevo. Ricordo che in quinta ginnasio leggemmo «I Promessi Sposi», ed era una gran barba. In seguito, quando lo rilessi per mio conto, molti anni dopo, mi sembro di scoprirvi qualcosa di nuovo ad ogni pagina.
Quando mi iscrissero al liceo classico (non per una scelta ponderata, ma perché allora si riteneva fosse la scuola formativa per eccellenza), i miei genitori credevano che poi avrei scelto Lettere, anche perchè avevo molto facilità nello scrivere. Così, finito il liceo mi iscrissi a Lettere. Ci restai solo un’ora, il tempo di seguire una lezione di De Robertis, che commentava un libro di Emilio Cecchi «I Pesci rossi», sufficiente per rendermi conto che quella facoltà non faceva per me. Non amavo la storia ma neppure la filosofia, il latino e il greco. Più tardi ho capito che la storia è vita vissuta, è politica, e di politica mi sono sempre interessata: ma al tempo degli studi giudicavo la storia una noiosa successione di date da ricordare, di guerre vinte e perse, di imperi che si formavano e che, successivamente, crollavano.
Sono nata nel 1922, lo stesso anno della marcia su Roma e dell’inizio della dittatura fascista. Sebbene i miei genitori fossero antifascisti, io desideravo, come i miei compagni, partecipare ai saggi ginnici, marciare in divisa, insomma giocare ai soldati. La propaganda nazionalista induceva noi ragazzi a fare il tifo per la patria, così come lo si faceva per l’Italia calcistica. «Libertà e democrazia» erano per noi parole vuote perché non avevamo conosciuto altro. Un ricordo mi è rimasto particolarmente impresso: era il 1928 o il 1929 e ci furono le ultime elezioni «libere»; un conoscente raccontava che esistevano due tipi di schede, una bianca per chi era contrario al regime ed una tricolore per chi era favorevole ma, poiché le schede erano semitrasparenti, anche quando erano chiuse si capiva benissimo la scelta espressa.
Divenni appassionatamente antifascista nel 1938 quando, con le leggi razziali applicate in seguito all’alleanza con la Germania, scimmiottando i nazisti, cominciò anche in Italia la persecuzione degli ebrei. Vidi allora, da un giorno all’altro, cacciare dal Liceo tutti i miei compagni di scuola ebrei ed i miei professori ebrei. Questi episodi mi aprirono gli occhi.
Un giorno, nel 1940, in classe durante l’intervallo ebbi un’accesa discussione con dei compagni fascisti. Alla discussione era presente il professore di matematica, un ottimo insegnante anche se di umore molto variabile, fascista sfegatato. Ci portò tutti dal preside e mi denunciarono. Avrei dovuto essere espulsa da tutte le scuole d’Italia ma poiché, tranne il professore di matematica, tutti gli altri professori, come scoprii in quell’occasione, erano segretamente antifascisti, ad iniziare dal preside, riuscirono a farmi sospendere per soli 15 giorni con 7 in condotta. Mancavano 20 giorni alla fine dell’anno, ero in terza liceo e stavo preparandomi all’esame di maturità che allora era un vero incubo, perché dovevamo portare tutte le materie degli ultimi tre anni. Con 7 in condotta sarei dovuta andare a ottobre in tutte le materie. Ma il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra e tutti i maturandi furono promossi o bocciati a seconda dei voti ricevuti durante l’anno. Così riportai 6 in matematica ed in fisica, che erano le materie che mi piacevano di più e dove riuscivo meglio, e 8 in filosofia, bestia nera che mi aveva sempre perseguitata, ma il cui professore era un impegnato antifascista. Nell’ottobre del ’40 dovevo decidere a quale facoltà iscrivermi. Dopo quell’unica ora di lezione a Lettere, di cui ho già detto, mi iscrissi a Fisica: mi trovai subito bene e cominciai a studiare con entusiasmo. Intanto, dopo i campionati scolastici di pallacanestro (allora non si diceva basket: sotto il fascismo era proibito usare le parole straniere, e anche il tennis era chiamato pallacorda) ed i giochi della gioventù, cominciai ad allenarmi per i campionati nazionali universitari di atletica. A maggio del ’41 vinsi sia nel salto in alto sia in quello in lungo. A giugno sostenni i primi esami universitari che superai in modo discreto. Col passare dei mesi migliorai sia il rendimento atletico che quello universitario. Alla fine del ’43, superati quasi tutti gli esami, era venuto il momento di chiedere la tesi. Avrei voluto sceglierne una di elettronica, perché allora era la scienza nascente ed il professore di elettronica me l’aveva promessa. Invece, il direttore dell’istituto di Fisica decise in un altro modo e mi assegnò una tesi di elettrostatica, un argomento molto vecchio, la cui letteratura più recente risaliva al 1880. Quella tesi non mi piaceva. Poiché avevo attitudini più sperimentali che teoriche, non avendo altra scelta, mi rivolsi all’Istituto di Astronomia presso l’Osservatorio Astrofisico di Arcetri.
Nel febbraio del ’44 Aldo ed io ci sposammo. Avevo conosciuto Aldo ai giardini pubblici nel ’32 quando avevo dieci anni e con lui avevo giocato per uno o due mesi durante le vacanze estive. Poi ci perdemmo di vista: suo padre fu trasferito a L’Aquila e in seguito a Palermo. Ci siamo rivisti, studenti, all’Università. Abbiamo cominciato ad andare insieme così, «per chiasso», finchè non riscoprimmo quell’affiatamento e quell’affetto istintivi che avevamo l’uno per l’altro da bambini e che abbiamo ancora oggi dopo quasi sessant’anni, anche se spesso le nostre opinioni divergono e danno origine a furiose discussioni. Nella primavera del ’44 avevo cominciato a fare le prime osservazioni per la tesi. Era la prima volta che affrontavo veramente la cosiddetta «ricerca sperimentale». Osservando al telescopio capii in che cosa consistesse la ricerca in astrofisica. La mia tesi riguardava lo studio delle proprietà di una classe di stelle variabili, le Cefeidi, ed occorreva osservare le caratteristiche fisiche di una Cefeide non ancora studiata da altri ricercatori, la FF Aquilae, cioè una stella variabile nella costellazione dell’Aquila.