La Piazza di CineCittà, luglio 2003

Una vita tra le stelle, ma con i piedi per terra

Alessandro Cardulli

Una corsa in macchina verso Tivoli, tante domande che si affollano, risposte rapide e poi una lunga ricerca in un infinito numero di pagine di internet che parlano di lei, una giovane ottantenne, piena di energia, di voglia di combattere contro le “ ingiustizie macroscopiche che esistono nel mondo” perché è il solo modo per sconfiggere il terrorismo, sviluppando la cooperazione, la solidarietà fra i popoli: parlo con Margherita Hack mentre si reca in una scuola della cittadina, il liceo scientifico Spallanzani, per presentare il suo libro, l’ultimo che ha scritto, dal significativo titolo “Una vita tra le stelle”.
Con noi l’editore Sante Di Renzo che ha come punto di impegno quello di diffondere la cultura, quella vera, attraverso i libri che pubblica e che presenta nelle scuole italiane. “ Si legge così poco- dice- che bisogna fare ogni sforzo per diffondere il libro, anche quello difficile. Se Maometto non va alla montagna, vada la montagna da Maometto”.
Margherita Hack è senza dubbio una delle migliori ambasciatrici del “paese libro”. Sferzante, arguta, ironica. A volte talmente semplice da apparire disarmante. Guardate come si rivolge ai medici che dicono che un bambino non può crescere senza carne . “Dico - afferma- che io non ho mai mangiato carne, perché quando sono nata i miei genitori erano già vegetariani. Eppure sono stata campione di salto in alto e lungo e ora a più di ottanta anni faccio 100 chilometri in bicicletta, gioco a pallavolo e non ho mai avuto malattie serie.”
Solidarietà, cooperazione, pace sono le parole che pronuncia spesso, fanno parte del suo DNA. Non si poteva che cominciare a parlare partendo dalla guerra. Si è impegnata a fondo, ha sottoscritto appelli, è intervenuta in prima persona, ha “usato” i mezzi di comunicazione, per condannare le guerre, si è chiesta ed ha chiesto, prima di fronte ai bombardamenti in Afghanistan e poi in Iraq “se la guerra sia lo strumento più efficace per debellare il terrorismo”. La sua risposta un no netto. “È tempo - dice di restituire - la parola alla politica e alla diplomazia. Occorrono gesti e atti politici, parole di pace e di cooperazione per svuotare i serbatoi di odio”. Non solo, ricorda che “ci sono guerre tribali in tutto il mondo; ma fa notizia, ci si è preoccupati solo dell’Iraq probabilmente perché questo paese ha la fortuna o la sfortuna di trovarsi su un mare di petrolio”. La guerra é stata dichiarata per la necessità di trovare le armi di distruzione di massa, ma queste armi fino ad ora non sono state trovate”. Ripercorriamo le diverse tappe attraverso le quali si arrivò alla guerra, ai bombardamenti, alla distruzione sistematica del territorio. È stata martellante la campagna sulle armi di distruzione di massa anche quando gli ispettori dell’Onu dicevano che non stavano trovando niente. “Già - riprende la Hack - la guerra é stata dichiarata perché bisognava distruggere armi micidiali di cui l’Iraq sarebbe stata in possesso, perché bisognava colpire il terrorismo, perché Saddam era una specie di fonte di alimentazione del terrorismo. La realtà è che le armi di distruzione di massa fino ad ora non sono state trovare , che il terrorismo ha preso nuova forza, colpendo duramente, che Saddam non si sa dove sia. È scomparso come Bin Laden”. Torna poi alla questione della pace. “La pace sulla terra non ci sarà- continua- fino a quando ci sarà una minoranza della popolazione umana che vive nel lusso, che spreca, che butta via acqua, cibo, risorse che invece scarseggiano, mentre gli altri, la grande maggioranza della popolazione del mondo soffre la fame, muore per fame. Bisogna arrivare a dividere in maniera più equa le risorse del nostro pianeta. Altrimenti non ci sarà mai veramente pace”. Di nuovo le parole solidarietà e cooperazione. “Già, la cooperazione, un grande movimento di persone e di imprese, molto forte anche in Italia, può avere un grande ruolo. La divisione in maniera più equa delle risorse di cui parlo, la giustizia sociale, sono le motivazioni di fondo, alla base della nascita delle cooperative, del concetto stesso di cooperazione”. “Ogni giorno” – sottolinea – “prendiamo un pugno nello stomaco. Le terribili differenze di tenore di vita fra paesi industrializzati e il terzo mondo sono il nostro quotidiano pugno nello stomaco. La tv ci fa vedere bambini macilenti e affamati che all’età di 5 o 6 anni lavorano dieci dodici ora al giorno mentre la pubblicità, sulla stessa televisione, ci mette in mostra merendine di ogni tipo per i nostri bambini che crescono con la minaccia dell’obesità. Gli aiuti umanitari sono una goccia nel mare. Bisogna dare una mano a sviluppare quelle tecnologie e quelle competenze necessarie per uscire dalla miseria. Il mondo della cooperazione è fatto di imprese, queste imprese possono essere una risorsa per lo sviluppo del terzo mondo”. Una risorsa e una speranza. La Hack ,malgrado il quadro devastante che abbiamo davanti, proprio dalla esperienza maturata nella sua vita trae la forza della speranza. Vive il periodo fascista, vive la guerra, ma non dispera mai che le cose possano cambiare, si impegna perché cambino. Lo scrive lei stessa in una splendida introduzione della “ Vita tra le stelle”. Quando ricorda che è nata lo stesso anno della marcia su Roma e dell’inizio della dittatura fascista. “ Sebbene i miei genitori fossero antifascisti, io desideravo, come i miei compagni, partecipare ai saggi ginnici, marciare in divisa, insomma giocare ai soldati. La propaganda nazionalista induceva noi ragazzi a fare il tifo per la patria, così come lo faceva l’Italia calcistica. Libertà e democrazia erano parole vuote perché non avevamo conosciuto altro...Divenni appassionatamente antifascista nel 1938 quando con le leggi razziali applicate in seguito all’alleanza con la Germania scimmiottando i nazisti, iniziò la persecuzione degli ebrei. Vidi allora, da un giorno all’altro, cacciare dal liceo tutti i miei compagni di scuola ebrei ed i miei professori ebrei. Questi episodi mi aprirono gli occhi”. L’antifascismo sarà la guida morale della sua vita, la speranza appunto. Per questo “il valore delle memoria” contro i rischi di “un oblio della storia, di una omologazione dei valori, di una pratica equivalenza fra chi ha agito in nome di principi di giustizia, libertà, uguaglianza e chi ha combattuto per una società gerarchizzata e razzista, fra aggrediti e aggressore, fra oppressi e oppressori.” Ed ecco la speranza,il 25 aprile che “ deve rimanere il giorno che simboleggia la vittoria dei valori di libertà e uguaglianza su quelli dell’oppressione e della discriminazione razziale”. “Credo - prosegue - che una speranza che le cose cambino ci sia perché già oggi c’è una sensibilità verso i grandi problemi del mondo, le ingiustizie, la questione della divisione delle risorse. C’è in buona parte della popolazione. Soprattutto da parte dei giovani c’è una sensibilità maggiore di una volta, ci si comincia a rendere conto delle grandi ingiustizie che ci sono nella divisione delle risorse del pianeta e mi auguro che sia pure lentamente le cose cambino”.
Ci avviamo a concludere, il viaggio verso Tivoli sta per terminare. Una domanda è d’obbligo: la scienza, la cultura quale ruolo possono svolgere? Anche una provocazione: c’è una responsabilità della scienza nella costruzione di micidiali e sempre più sofisticate armi da guerra? Parte dalla provocazione: “Più che degli scienziati la responsabilità é di chi applica la scienza. La scienza ricerca e indaga la natura ma questa scienza poi deve essere applicata. C’è la medicina nucleare che é preziosa ma c’è anche la bomba atomica. Ci sono gli enormi progressi raggiunti attraverso la clonazione delle cellule staminali però con questa stessa tecnologia si possono creare anche sotto razze da sfruttare”. “Credo invece – riprende - che il rapporto tra il mondo della scienza e della cultura e i movimenti che si preoccupano di migliorare le condizioni dei diseredati sia positivo. Credo proprio che tra gli scienziati e il mondo della cultura si trovino le persone più sensibili a questi problemi. Del resto sono gli scienziati e il mondo della cultura che operano a livello internazionale e ciò facilità la costruzione di un rapporto positivo, fondamentale per il miglioramento delle condizioni della popolazione del pianeta”. Il viaggio è concluso. Riapriamo il libro riflettendo su quante cose si possono apprendere vivendo tra le stelle. “L’astrofisica e le altre scienze fisiche e biologiche, ormai non soltanto specialistiche e settoriali interagiranno sempre di più, permettendo scoperte che cambieranno la stessa umanità, destinata ad una avventura cosmica, che quindi va oltre la nostra piccola culla terrestre.” Verso le stelle, appunto.