Nuovo Quotidiano di Puglia, sabato 26 aprile 2003, cultura & spettacoli

Il professor Hubert Houben parla del suo ultimo saggio: uno sguardo sulla storia per capire l’Europa

I Normanni, una lezione di civiltà

Claudia Presicce

La storia continua ad insegnarci a comprendere il presente (e chi pensa che sia un luogo comune è solo perché non la conosce). Una lezione che arriva quanto mai opportuna dal passato è quella dei Normanni e delle loro società multietniche: fondendosi insieme a bizantini, arabi, latini, longobardi, anglosassoni segnarono la nascita delle diverse popolazioni europee. In pieno Medioevo riuscirono a realizzare tra diverse e lontane civiltà un assetto politico e culturale tale da fare invidia a tutte le elaborate ideologie e diplomazie dei giorni nostri.
E soprattutto dimostrarono nei fatti l’inconsistenza e l’inutilità dello scontro tra civiltà di cui oggi, nel terzo millennio, tanto si parla e che in realtà questo popolo aveva già superato intorno all’anno Mille.
«Si, la storia dei Normanni dimostra che c’è sempre stata la possibilità di una coesistenza tra popolazioni molto diverse - spiega Hubert Houben, docente di storia medievale presso l’università di Lecce e autore del libro “Normanni tra Nord e Sud. Immigrazione e acculturazione nel medioevo” (Di Renzo Editore; 10,50 euro) - e questo perché durante le loro dominazioni questa convivenza si è realizzata ovunque, anche a latitudini geografiche lontane, dall’Inghilterra alla Sicilia, fino al principato normanno di Antiochia dove i cristiani convivevano tranquillamente con musulmani ed ebrei.»
Professor Houben quanto è attuale la lezione dei Normanni in questo particolare momento storico?
«È molto importante perché ci offre un grande esempio di civiltà che risale a ben mille anni fa. Va ricordata questa forte apertura dei Normanni, la capacità di adattarsi a contesti culturali diversi. Con profondo rispetto essi si avvicinarono alla cultura dei popoli che abitavano le terre conquistate, anche quando arrivarono in Sicilia.
Salito sul trono del regno normanno di Sicilia, Ruggero II rispettò sia i cristiani greci che i mussulmani e fece in modo che tutti potessero continuare a seguire le loro religioni. Questo, secondo me, è un modello positivo alternativo a quello dello scontro tra le culture, rappresentato invece nella stessa epoca delle crociate. I Normanni sono l’esempio di un modello più duttile, orientato verso la convivenza e nel quale si realizza una vera simbiosi tra le popolazioni. Si può parlare anche di un processo di nuova acculturazione, perché i Normanni non imposero mai la loro cultura greca e romana nel mezzogiorno, ad esempio, come in quella araba.»
Proprio durante il dominio di Ruggero II, il regno di Sicilia ebbe un ruolo fondamentale nel Mediterraneo. Quanto fu importante per questo la creazione di un ordinamento giuridico unico?
«Le Assise di Adriano del 1140 giocarono un ruolo determinante e furono poi alla base delle famose costituzioni di Melfi di Federico II di qualche decennio dopo. Anche in questa grande opera legislativa dei Normanni si ritrova sempre un rispetto giuridico delle singole comunità che poterono mantenere un loro diritto locale, accanto a quello dello Stato. Molto moderno fu anche il forte controllo dello stato sul territorio per proteggere i ceti più deboli. Solo una struttura forte poteva proteggere le minoranze e rendere possibile anche la convivenza tra tutti i gruppi etnici diversi.»
Anche perché i grandi feudatari meridionali erano abituati a governarsi da sé e solo un potere forte centralizzato poteva togliere loro ogni velleità…
«Si, infatti nel regno di Sicilia spesso per difendersi dai grandi feudatari, che cercavano di fare buon viso e cattivo gioco con i nuovi regnanti le minoranze si rivolgevano direttamente alla monarchia. Si sentivano più protetti dal re che dai signori feudali del luogo che naturalmente facevano i propri interessi principalmente.»
Sotto la corona di Ruggero II si riunirono Puglia, Calabria e Sicilia. Fu a quel tempo che il Regno di Sicilia diventò no Stato potente?
«Non solo potente, fu uno Stato molto ricco. Normalmente abbiamo l’idea di un Mezzogiorno povero, invece all’epoca dei normanni era proverbiale la ricchezza del Regno di Sicilia, l’unico Stato dell’ Occidente in cui utilizzava la moneta d’oro. Negli altri Stati a Nord delle Alpi esisteva ancora la moneta d’argento, mentre in Sicilia arrivava anche l’oro e quindi circolava questa moneta. Era uno Stato molto ricco che sotto i Normanni prima, e sotto gli Svevi di Federico II poi, diventò particolarmente importante anche per la posizione geografica. Fece da cerniera tre il mondo arabo e cristiano in un Mediterraneo dove confluivano tutti i commerci più importanti dell’epoca. Perché non bisogna dimenticare il ruolo centrale di questo mare prima della scoperta dell’America, quando il baricentro si spostò sull’atlantico e il Mediterraneo diventò quasi un lago. Nel Medioevo era ancora questo il centro del mondo e la Sicilia svolgeva un ruolo fondamentale.»
I Normanni, all’apice della loro dominazione che si estendeva anche ad alcune città dell’Africa, sognarono di fare del Mediterraneo un grande lago normanno. In prospettiva storica, si può vedere in questa intenzione un momento di possibile nascita della civiltà del Mediterraneodi cui oggi si parla come di un’occasione mancata…
«In realtà non potevano pensare di egemonizzare tutto perché non ne sarebbero stati in grado e numericamente non erano tanti. Cercarono di controllare alcune città costiere per garantire soprattutto la sicurezza dei traffici del Mediterraneo dai quali non traevano poi grandi profitti. Credo però che il discorso sulla civiltà del Mediterraneo si possa fare parlando di Europa. Oggi si tende a pensare all’Europa in relazione alle culture atlantiche,come la Francia e l’Inghilterra. Invece molti dimenticano che la cultura europea è nata proprio nel Mediterraneo e bisognerebbe recuperarne gli aspetti più importanti, come la cultura multietnica e multireligiosa che ha sempre caratterizzato quest’area. Non si può pensare di imporre in questa parte del mondo un modello come quello americano, che è molto limitato e legato solo ad una parte della cultura anglosassone e non è esportabile nel Mediterraneo. Anche in Iraq pensare di esportare un modello americano senza capire niente delle diverse culture che ci sono è del tutto fuori luogo. Esistono da sempre delle società arabe mussulmane che accolgono minoranza cristiane o ebraiche. Pensare di portare tutto sul piano dello scontro tra le culture diverse vuol dire mettere in grave pericolo queste minoranze.»