il Giornale, domenica 16 maggio 1993 Lettere e Arti, pag. II

In apparenza

Giuseppe Sermonti

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Sulla realtà virtuale è apparsa recentemente un’altra opera, per la penna di Ignazio Licata, professore di fisica teorica in Florida, Usa (La realtà virtuale, Di Renzo Editore).
La sua “realtà virtuale” non ha nulla a che fare con la simulazione computerizzata; è un mondo inosservabile, inventato dai fisici, suscettibile però di descrizione matematica rigorosa. È virtuale perché è una pura produzione dell’immaginazione, attraverso la quale si produce un modello teorico matematico, che non è il mondo, ma è capace di creare il mondo. È virtuale, si potrebbe dire “meta-fisico”, perché è inaccessibile. Il suo spazio è un iperspazio, il suo tempo è immaginario (secondo la teoria di Luigi Fantappié - Giuseppe Arcidiacono), ma esso ha le proprietà (geometrico-gruppali) del nostro spazio-tempo, anzi di quello di Lorentz. La realtà virtuale (secondo la interpretazione statistica della meccanica quantistica) corrisponde a un mondo indeterminato ma non affidato al cieco Caso. “Il Dio degli universi ipersferici e delle fluttuazioni – conclude Licata – è invisibile alla osservazione indiretta dei nostri strumenti, ma ci parla il linguaggio dei mistici e dei matematici”.
La realtà simulata il prodotto di una raffinata tecnologia che produce effetti fascinatori e allucinanti, con una modesta struttura teorica di base. Al contrario la realtà virtuale quantistica non ha effetti visibili, ma ha una altissima struttura teorica, compatibile con la realtà normale, ma capace di affascinare solo i matematici. Tutt’e due le realtà virtuali producono un distacco della realtà, dalle tristezze del mondo; tutt’e due si appellano al misticismo, l’una all’esaltazione sciamanica, l’altra al silenzio pitagorico.
Bertrand Russell confessa, nell’autobiografia, di aver pensato al suicidio in una crisi giovanile. “Suicidio che non realizzai mai, però, perché volevo imparare più cose della matematica”.