Prisma n. 6, 2005

Etica ed estetica della scienza

Luigi Campanella

(Alfonso Maria Liquori - Di Renzo Editore)

Ho conosciuto il prof. Liquori quando ero studente e ne rimasi subito affascinato tanto che, quando da giovane assistente - che nel frattempo ero diventato - fui da lui avvicinato per dirmi che i diagrammi sul potenziale di un particolare elettrodo presentato in sede di esami di laurea da uno studente gli ricordavano l’analogo comportamento da parte di un sistema biologico che aveva studiato, chiedendomi ipotesi di collegamento, fui lusingato ed emozionato e per alcuni giorni pensai con grande impegno a come fornire una risposta. Potete immaginare la mia gioia quando, divenuti colleghi, ebbi l’occasione di parlare a lungo con lui, ammirandone l’immensa cultura, che è cosa diversa dalla specifica competenza, e la grande inventiva scientifica la stessa che gli aveva permesso di realizzare risultati di eccezionale rilievo in vari campi, dalla cristallografia delle molecole organiche alla termodinamica dei processi biologici, dall’etica alla divulgazione scientifica fino all’econodinamica che provò a corredare di parametri in tutto simili a quelli della dinamica chimica. Il ruolo della chimica con Liquori risultò esaltato perché esso fu rivendicato non in termini di incomprensibili steccati e prerogative ma in termini di necessaria integrazione con la fisica e con la biologia per concorrere a capire il mistero della vita.
Leggendo la descrizione dei suoi primi anni da studente mi sembra di rivivere la mia vita: anche io ero attratto da un lato dalla filosofia e dall’altra parte dalla fisica; nel dubbio finii a chimica, ma le due passioni non si attenuarono e, a parte la mia laurea, in più superai il 70% degli esami della laurea in fisica e frequentai alcune scuole di filosofia, appassionandomi ai temi della storia e della epistemologia della scienza dei quali andai a parlare con il prof Liquori quando egli era già passato all’Università di Tor Vergata. Lo trovai in forma quasi perfetta, vivo ed acuto come mai: parlammo del prevalente carattere umanistico dei nostri intellettuali e della necessità di un riequilibrio. Mi spinse a continuare il mio impegno nella direzione della diffusione della cultura scientifica, dicendo che piuttosto che uno scienziato che non sa comunicare è meglio un giornalista che lo sa fare, ma che meglio di tutti è uno scienziato che sa parlare, diffondere quanto conosce senza tradirne, solo per esigenze semplicistiche, i reali contenuti.
Tra noi ci fu sempre un intesa culturale documentata anche dai libri che mi regalò ed ai quali sono legato da interessi scientifici e da ricordi; di quella intesa sento ancora la gravissima mancanza e il rimpianto, che la lettura di queste pagine hanno in piccolissima parte attenuato.