l'Unità, sabato 5 agosto 2006, idee, libri, dibattito

Ettore Majorana come Mattia Pascal?

Pietro Greco

A cento anni dalla nascita del grande fisico resiste il mistero della sua scomparsa avvenuta nel 1938. Volontà pirandelliana di sparizione, o suicidio motivato da forte disagio esistenziale? Ecco le ipotesi più accreditate

Il 5 agosto 1906, cento anni fa, nasceva a Catania Ettore Majorana. Enrico Fermi lo considerava un genio assoluto, come Einstein, Newton o Galileo. Leonardo Sciascia lo considererà (anche) un «caso», il protagonista di un giallo.
Il genio assoluto non ha avuto il tempo di esprimersi. Il giallo non è stato mai risolto. È forse per questo che, a cento anni dalla nascita e a sessantotto dalla scomparsa, Ettore Majorana è capace di suscitare ancora interesse e curiosità tra i fisici come nel grande pubblico.
Sulla genialità, tanto precoce quanto largamente inespressa, di Ettore Majorana non ci sono davvero dubbi. D'altra parte il giovane nasce in una famiglia piuttosto straordinaria. Si dice che i Majorana discendano da Iulius Valerius Maioranus, proclamato imperatore romano d'Occidente nel 457 a Ravenna. Fonti più recenti e attendibili ci parlano di alcuni Majorana piuttosto attivi e famosi nel XVII secolo: Fulvio patrizio e giureconsulto a Napoli; Piero, giureconsulto a Palermo; Salvadore, poeta anch'egli a Palermo.
Ma, come scrive Erasmo Recami, il «vero antenato» di Ettore è il nonno: Salvatore Majorana Catalabiano. Nato la vigilia di Natale del 1825 a Militello Val di Catania, autodidatta. Ma giurista insigne, difensore di patrioti risorgimentali contro i Borboni, deputato della Sinistra nel Parlamento di Roma e infine due volte ministro con Agostino Depretis, capace di tenere botta alla voglia di strapotere delle banche nella giovane Italia di fine Ottocento.
Salvatore Majorana Catalabiano ha sette figli, di cui due donne - Elvira ed Emilia - che, come usa all'epoca, si sposano e non hanno molta possibilità di esprimersi fuori dalle mura domestiche. Tra i cinque figli, invece, si contano ben tre rettori di università (quella di Catania), un fisico sperimentale che salirà sulla cattedra di Augusto Righi a Bologna e Fabio Massimo, ingegnere e poi fisico, fondatore della prima società telefonica di Catania.
II figlio di Salvatore che ottiene più successo è certo Angelo: rettore già a 29 anni, ministro a 38. Purtroppo muore a soli 44 anni.
Ma è Fabio Massimo quello che ci interessa di più: perché è lui il papà di Ettore.
In ogni caso è in questa famiglia dell'alta borghesia intellettuale siciliana, progressista per indole e cultura, farcita di precoce genialità, che - quarto di cinque figli - nasce Ettore. Precoce, naturalmente, anche lui. A quattro anni, si racconta, è capace di moltiplicare a mente e in pochi secondi numeri di tre cifre: intrattenendo così - tra stupore, divertimento e ammirazione - la gente di casa e gli eventuali ospiti. Quando qualcuno gli chiede di eseguire un calcolo, Ettore pronto si infila sotto un tavolo e in pochi secondi fornisce la risposta. Giusta.
A sette anni è già uno scacchista piuttosto bravo: le sue gesta vengono raccontate sulle pagine di cronaca dei giornali locali.
La propensione del ragazzo per la matematica e la logica, tuttavia, va ben oltre queste esibizioni. Ettore non è certo un fenomeno da baraccone. Se ne accorge nei primi mesi del 1928 Enrico Fermi la prima volta che lo incontra. Fermi è un giovane professore di fisica - il primo a salire in Italia su una cattedra di fisica teorica. Con il decisivo appoggio di Orso Mario Corbino e la collaborazione del collega e amico Franco Rasetti, sta cercando di creare a Roma, presso l'Istituto di via Panisperna, una scuola di fisica in grado di competere con le migliori del mondo. Sta cercando giovani validi. Un giovane studente di ingegneria, Emilio Segrè, riesce a organizzare un colloquio tra Fermi e Majorana, anch'egli studente a ingegneria.
Enrico Fermi illustra le attività del gruppo e gli mostra una tabella, frutto di un metodo statistico per la determinazione di alcune proprietà dell'atomo, che lo ha impegnato in calcoli per un'intera settimana. Majorana la guarda, senza dire nulla. Poi torna a casa. Lavora la notte intera. Elabora a sua volta una tabella. L'indomani si ripresenta a via Panisperna, chiede di vedere la tabella di Fermi e prende atto che i risultati sono i medesimi. Solo che Ettore, sapendo poco di fisica, ha ottenuto quei risultati in poche ore e con un metodo matematico molto più elegante.
Il giovane siciliano decide che Fermi è in gamba e si trasferisce da ingegneria a fisica. Il 6 luglio 1929 si laurea col massimo dei voti e discutendo una tesi sulla meccanica dei nuclei radioattivi. Ha già pubblicato il suo primo lavoro, con l'amico Giovannino Gentile (figlio di Giovanni, il famoso filosofo e ministro di Mussolini). Nel 1932 Ettore Majorana ottiene la libera docenza in fisica teorica. L'anno dopo è in Germania, con un altro dei giovani geni della fisica del Novecento: Werner Heisenberg.
In questi anni Ettore lavora con i ragazzi di via Panisperna, ma sempre in una posizione piuttosto defilata. Dopo il ritorno dalla Germania la sua voglia di isolarsi cresce, fino a raggiungere livelli patologici. Si interessa di fisica statistica e, poi, di fisica nucleare avendo introiettato profondamente il formalismo e i principi della nuova meccanica quantistica. Non c'è nessuno - dice Fermi - capace come lui di affrontare un problema con logica astratta e risolverlo con matematica elegante. È, appunto, un fisico teorico con il carattere dei grandissimi. Ma pubblica poco. I suoi lavori, in tutto, non saranno più di dieci (l'ultimo, sul valore delle leggi statistiche nelle scienze sociali, sarà pubblicato postumo). Alcuni, soprattutto quelli, fondamentali, che riguardano le forze nucleari come forze di scambio e il doppio decadimento beta, sono ancora oggi attuali. I fisici parlano ancora di «neutrini di Majorana» e di «forze di Majorana».
Nel 1938, con una procedura originale inventata ad hoc, gli viene assegnata «per meriti straordinari» la cattedra in fisica teorica presso l'università di Napoli. Ma è nella città partenopea che la vicenda del genio - largamente inespresso - della fisica si chiude e inizia il giallo. Nella notte tra il26 e i 27 marzo - infatti - Ettore Majorana scompare. Il giorno precedente ha preso un traghetto da Napoli a Palermo. Le ultime testimonianze documentali confermano la sua presenza il giorno 26 nella città siciliana. Poi più nulla. Il corpo non è mai stato ritrovato.
Come è scomparso? E perché?
Sono queste le domande che arrovellano la mente non solo dei familiari e degli amici. Ma poi anche dei biografi, letterati, giornalisti e opinione pubblica. Nasce il mito - per dirla con Luisa Bonolis - del genio scomparso (Majorana. Il genio scomparso Le Scienze, 2002). Un mito che dura tuttora, accompagnando - talvolta sovrastando - la figura del fisico.
Tre, in buona sostanza, le ipotesi in campo. Ve le proponiamo in un ordine arbitrario che riteniamo di crescente verosomiglianza.

1. L'ipotesi Sciascia. Una delle ipotesi, quella più inverosimile, è stata formulata da Leonardo Sciascia in un libro - La scomparsa di Majorana - pubblicato da Einaudi nel 1975. Secondo lo scrittore siciliano Majorana si è nascosto, probabilmente in Argentina, perché ha intuito che nel nucleo del l'atomo risiede una forza in grado di perdere l'umanità e lui non vuole dar alcun contributo a scoprirla e a tirarla fuori. Ettore, inoltre, avrebbe (con lettere e svariati indizi sapientemente lasciati) deliberatamente cercato di avvalorare la tesi del proprio suicidio, in modo da impedire che qualcuno cerchi di ritrovarlo.
L'ipotesi di Sciascia non ha alcun fondamento storico: non ci sono prove che Majorana si sia nascosto; non ci sono prove che abbia intuito - sette anni prima - le tragedie di Hiroshima e Nagasaki; non ci sono prove che abbia voluto scindere le sue responsabilità da quelle della fisica.
Quella di Sciascia è un ipotesi letteraria formulata da un grande letterato. Per questo risultano piuttosto esagerate e ingenerose le critiche che gli sono state rivolte, soprattutto dall'ambiente dei fisici italiani.

2. L'ipotesi Recami. Erasmo Recami è un fisico teorico che per anni ha cercato di ricostruire la vicenda Majorana. Di fatti è il suo biografo più documentato (leggere, per credere, Il caso Majorana, pubblicato prima presso Mondadori, nel 1991, poi presso Di Renzo Editore, nel 2000). Anche Recami sostiene che Majorana è volontariamente scomparso, rifugiandosi con ogni probabilità in Argentina. Ma i motivi non sarebbero da ricercarsi nella letteratura di Sciascia, quanto piuttosto nella letteratura di Pirandello. Majorana, giovane di straordinaria sensibilità, avrebbe voluto staccarsi da un mondo che, come un puparo di Pirandello, gli chiede troppo - dimostrarsi un genio, comportarsi da professore universitario - con troppo conformismo.
Recami ricostruisce la vicenda di Majorana con grande precisione. Il suo lavoro di ricerca ha dato frutti preziosi (per esempio quegli Appunti inediti di Fisica teorica pubblicati, nei giorni scorsi, da Zanichelli e curati da Salvatore Esposito oltre che dallo stesso Recami). E tuttavia, ancora una volta mancano prove certe che la vicenda sia andati proprio così.

3. La constatazione Amaldi. Edoardo Amaldi era uno dei ragazzi di via Panisperna. Un amico di Ettore, con cui Ettore si confidava. Amaldi è stato il primo a ricostruire la vicenda scientifica e anche umana di Majorana in un libro (La vita e l'opera di Ettore Majorana) pubblicato dall'Accademia dei Lincei nel 1966. Il fisico dà conto dei risultati dell'inchiesta svolta dalla polizia di Mussolini, che propongono la morte per suicidio: Majorana si sarebbe suicidato nella traversata di ritorno da Palermo a Napoli nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1938. Come lasciano trasparire le lettere lasciate e numerose tracce.
Non esiste una prova decisiva, né a favore del suicidio, né a favore della fuga volontaria. Esistono molti indizi. E sono spesso discordanti. Ma quale che sia stata la decisione di Ettore, sostiene Amaldi, non resta che prendere atto dei suoi effetti. E rispettarla.
La constatazione di Amaldi - fatta propria da parte della famiglia - non risolve il giallo della scomparsa di Ettore Majorana e non dirada l'aura del mito intorno alla sua figura. Ma, a tutt’oggi, non c'è proposta migliore per ricordare il genio e avere riguardo dell'uomo.

(vedi anche: Majorana Legacy in Contemporary Physics, a cura di Ignazio Licata, Di Renzo Editore, 2006)