www.golemindispensabile.it/, numero 5, luglio 2006

Metafisico siciliano
Centenario di Ettore Majorana

Ignazio Licata

Il mio primo incontro con Ettore Majorana avvenne sul treno Trapani-Palermo, al primo anno d'università, leggendo La Scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia.
Si tratta di un testo esemplare, molto più sottile della "morale" cui lo si riduce spesso. La capacità analitica di Sciascia è esaltata da questo Majorana "strano", inadatto, elusivo e silenzioso, ma anche autore di lettere dove nulla è lasciato al caso e tutto viene detto per chi sa leggere in profondità, per chi si assume l'onere di scegliere la chiave. Sciascia comprende perfettamente che in Majorana c'è un'insoddisfazione di fondo che diventa spesso, per compensazione, teatrale e mistificatoria, proprio come la capacità di essere sereno ed affettuoso in famiglia ne riparava l'irriducibile singolarità. Entrambi poi, Sciascia e Majorana, sono siciliani "buoni": «come tutti i siciliani migliori, Majorana non era portato a far gruppo [...] sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della cosca». Appartenevano al gruppo dei siciliani pessimi quelli che costrinsero il treno a fermarsi per tre ore perché c' era un corpo sui binari! Era quello di Peppino Impastato, che da Radio Aut aveva denunciato la regola del silenzio omertoso satireggiando a chiare lettere delle collusioni tra mafia e politica. Questi due eventi così diversi - la lettura del Majorana di Sciascia e la cruda realtà dell'Isola -, inevitabilmente confluirono in una sincronia sotterranea tra fisica e "sicilianità", che allora erano due cose piuttosto diverse da quello che sono oggi: la prima era meno simile ad una catena di montaggio e l'altra non era ancora un'etichetta turistico-letteraria.
Era quella un'età in cui la vocazione ancora acerba ci portava a idealizzare una costellazione di maestri assai numerosa e proporzionale all'incertezza delle proprie possibilità, ma per quel poco che già ne sapevamo nessuno di noi giovani aspiranti fisici avrebbe preso a modello Majorana. Non soltanto i suoi scritti erano per noi completamente indecifrabili - non una discussione, un commento, dal quale potessimo tirare fuori un bell'interrogativo drammatico, solo un'ascetica, enigmatica sequenza di formule -, ma percepivamo in Majorana anche una diversa e più profonda inaccessibilità, che forse sarà stata avvertita anche dai suoi studenti all'Università di Napoli; innanzitutto l'aura del genio puro, per intenderci di rango mozartiano, sancita dall'ormai famoso giudizio di Enrico Fermi riportato da Giuseppe Cocconi: «Perché, vede, al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango,che fan del loro meglio ma non vanno molto lontano. C'è anche gente di primo rango,che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentali per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni, come Galilei e Newton. Ebbene, Ettore era uno di quelli». Inoltre, e sopra questo, avvertivamo un mistero umano silenzioso e complesso in cui la "scomparsa", ed il ricordo di essa, gioca il ruolo che le processioni hanno nel culto dei santi, rendere memoria visibile della loro gloria ultraterrena e rimarcare dunque la nostra piccolissima finitezza.
Ettore Majorana (1906-1938) ha attraversato la fisica teorica come una meteora. I suoi lavori sono soltanto nove, tutti scritti nel breve periodo che va dal 1928 al 1933, più lo scritto postumo curato da G. Gentile Jr. su Il valore delle leggi statistiche in fisica e nelle scienze sociali. E' un numero incredibilmente piccolo anche per la produzione media di allora,un periodo in cui i fisici sperimentali relazionavano in genere di esperimenti realmente eseguiti e non mettevano assieme dati eterogenei per descrivere un desktop experiment, ed i teorici scrivevano articoli se avevano davvero qualcosa da dire. Il numero dei lavori di Majorana poi sembra addirittura paradossale se utilizziamo il metro odierno, che incentiva il giovane fisico a perdere di vista la foresta, concentrarsi solo sul ramo di un albero - magari solo perché è "l'ultima moda" -, e fotocopiarlo in più versioni, in modo da arrivare finalmente a qualche concorso dove si presenta con un'imponente massa cartacea dentro la quale galleggia diluita e solitaria qualche idea che non resisterà al passare dei mesi. Si dirà che nella scienza esistono ritmi produttivi diversi che rispondono alle sollecitazioni del tempo ed alle nuove esigenze di comunicazione, e si chioserà con Einstein che "nel tempio della scienza c'è posto per temperamenti diversi", ma il sospetto che il meccanismo della ricerca rischia di diventare sempre più spesso autoreferenziale e povero di idee resta.
Tutti gli articoli di Majorana, nessuno escluso, si sono rivelati una vera miniera per ogni generazione di fisici teorici. Si tratta di lavori audaci e bellissimi che si ripropongono continuamente all'attenzione come paradigma di uno stile che enuclea con singolare senso critico l'essenza dei dati sperimentali per la libertà della costruzione teorica in una formulazione matematica elegante che va davvero al fondo delle questioni e pone sempre le basi per nuove prospettive.
In questi ultimi anni si è assistito ad un ulteriore interesse per l'eredità di Majorana. L'ampliarsi dei territori della fisica teorica a favorito infatti una consapevolezza crescente della connessione profonda tra simmetrie e interazioni, ed una rinnovata visione dei rapporti tra fisica teorica e matematica. Come scrive efficacemente Roger Penrose, più comprendiamo le leggi fisiche più entriamo nel mondo astratto dei concetti matematici. Ogni generazione di teorici ha tratto nuovi temi dai lavori di Majorana, le idee e le strutture da lui ideate hanno trovato eleganti e feconde applicazioni in campi diversi. E' il caso, esemplare, della Sfera di Riemann-Majorana-Bloch, che da hidden structure in Atomi Orientati in Campo Magnetico Variabile si è rivelata preziosa nel quantum computing e nello studio delle correlazioni non-locali, o ancora dell'Oscillatore di Majorana, contenuto implicitamente nella sua teoria del neutrino. E' possibile dunque individuare uno stile di Majorana in fisica teorica, che è stato recentemente analizzato da A. Drago e S. Esposito nel volume Majorana Legacy in Contemporary Physics (Di Renzo Editore, Roma 2006) che è una singolare sintesi tra fantasia matematica ed intuito fisico, e dove l'uso sapiente delle considerazioni di simmetria fa apparire inevitabile ed univoca la soluzione del problema, inteso sempre come ricerca del caso più generale.


Fuori dalla fisica, dalle parti del mito, resta la scomparsa come emblema del mistero umano. Al di là delle ipotesi – il suicidio in mare (ma i morti si trovano, sono i vivi che non si trovano!), la fuga in Argentina degna di un Mattia Pascal, la bomba tedesca e il delitto di stato, il convento -, resta l'inaccessibilità di Ettore, la sua diversità "isolana" ed aristocratica che sembra esplodere a contatto con l'entusiamo dei "Ragazzi di Via Panisperna", e con Fermi in particolare, che per molti versi, nella fisica e nella vita, è davvero l'antitesi di Ettore. Non vogliamo qui indagare oltre sulla scomparsa, dunque sulla "mitologia" di Ettore Majorana, ma ci piacerebbe piuttosto, sulla linea di Sciascia, soffermarci su quello che va al di là delle "formule" e che si intuisce, anche lì, immenso e difficile. Molto probabilmente lo stesso Sciascia ha usato "strumentalmente" l'ipotesi del convento senza neppure prenderla troppo sul serio, per tessere la sua riflessione sulla responsabilità della scienza al tempo della sua nascita autenticamente moderna, quando la pianificazione industriale diventa tale da definire un nuovo impatto della ricerca sulla società, ben diverso ormai dall'accademia di Gottinga, dal pensatoio di Copenaghen o dal geniale "artigianato" di via Panisperna. Quello che davvero affascina nel testo di Sciascia è la ricerca nella scrittura di Ettore delle tracce, consapevoli, di una tensione esistenziale in cui la fisica appare come un'isola serena ma inadeguata. E queste tracce sono ben evidenti in una lettera del 1927 all'amico G. Piqué in cui Majorana ricalca un modo di dire siciliano (il tempo e la paglia):

«Devi sapere che mi sono dato al più scientifico dei passatempi: non faccio niente e il tempo passa lo stesso. Veramente mi sto occupando di una quantità incredibile di cose, ma, trattandosi di vili fatti del pensiero,e non di fatti empirici, bisogna farci la tara [...]. Io sono stato fin dalla nascita un genio ostinatamente immaturo; il tempo e la paglia non sono serviti a nulla e non serviranno mai, e la natura non vorrà essere così maligna da farmi morire immaturamente d'arteriosclerosi».

Il rapporto distonico con il tempo, la difficoltà a conciliarne quantità e qualità, forme e modi, è forse una chiave privilegiata per provare ad intuire il percorso di Ettore al di fuori di quegli articoli così perfetti. Fuori dalla fisica teorica il tempo sopravanza e manca assieme, si disperde per rivoli infinitesimi in alcuni frangenti e cade giù a valanghe in altri. Ed è tutt'uno con il desiderio, l'orrore e l'impossibilità di essere "uno come gli altri", come per il Kafka di Citati. Il rapporto tra fisica e natura appare così simile a quello del delfino/fera nel capolavoro di D'Arrigo: quella parte di natura che può essere catturata con implacabilità giuridica e cristallina chiarezza nella sua rappresentazione estetica e formale, il delfino, ne nasconde un'altra, inquietante ed irriducibile, la fera, che riflette l'inadeguatezza di ogni vita-nel-tempo, soprattutto a chi sa osservare tutto dall'esterno, e non accetta soluzioni facili. Chiunque si sia immerso nell'abisso ontologico di Horcynus Orca comprenderà bene quale "sicilianità" si intende qui, assai diversa dalla folkloristica moneta corrente ed anche dal classico gattopardismo. "Prediligeva Shakespeare e Pirandello", ci racconta Edoardo Amaldi, che fu ad Ettore il più vicino nel gruppo Fermi. Come a dire, sapendo che solo gli intenti possono essere nostri, e mai gli esiti, che ci resta l'ironia sulfurea sull'insufficienza di ogni discorso prendendo le distanze da ogni auto-rappresentazione, sapendo che non reggerebbero ad un'onesta analisi. Sempre dalla lettera del 17.10.27 a Piqué:

«Ma benché vasto ed insondabile sia il mare del mio disprezzo per tutto il mondo sublunare non è senza giubilo che mi appresto a varcare la soglia della rinomata saletta in via Montecatini, né senza trepidazione berrò il calice amaro, sino all'ultima goccia».

Ma per quanto tempo un uomo, un uomo geniale, ipercritico e sensibile, può giocare a rimpiattino e rinviare l'appuntamento con l'universale bisogno di senso? Se c'è un "segreto" nella scomparsa di Ettore Majorana è proprio ciò che aveva risolto su una questione così fondamentale. Ma questa, diversamente dalla altre sue teorie, quelle che possiamo studiare, resta privatissima e sottratta alla tentazione morbosa ed effimera di ricalcarla goffamente.

Ringraziamenti
Il titolo dell'articolo è un mio debito con gli amici del Teatro Instabile di Berlino, e fa riferimento all'evento da loro organizzato in occasione del Centenario, Eine sizilianische Meta-physik. Ettore Majorana und Leonardo Sciascia: zwischen Wissenschaft und Literatur, 20 e 21 gennaio, 2006, Berlino.
Un ringraziamento non basterebbe a testimoniare la mia gratitudine verso Erasmo Recami, con il quale condivido da anni la passione per Ettore Majorana e Leonardo Sciascia, che sono stati sempre presenti nelle nostre chiacchierate.

Percorsi
Leonardo Sciascia, La Scomparsa di Majorana, Adelphi, Milano 2004
Erasmo Recami, Il caso Majorana. Epistolario, documenti, testimonianze, Di Renzo Editore, Roma, 2001
Umberto Bartocci, La scomparsa di Ettore Majorana: un Affare di Stato?, Andromeda, Bologna, 1998
Pietro Citati, Kafka, Mondadori, Milano, 2000
Stefano D'Arrigo, Horcynus Orca, Rizzoli, Milano, 2003 (vedi anche la prima versione, I Fatti della Fera, Rizzoli, Milano, 2004)
Majorana Centenary - Majorana Legacy in Contemporary Physics, Ignazio Licata Di Renzo Editore, Roma (in stampa), direnzo.it/docs/it/centenariomajorana.htm.

Con Di Renzo Editore Ignazio Licata ha pubblicato Osservando la sfinge.