Giornale di Astronomia, dicembre 2005, pag. 47

Tra razzi e telescopi

Giorgio G.C. Palumbo

(Francesco Paresce, Tra razzi e telescopi, Di Renzo Editore, collana I Dialoghi, Roma, 2005)

Non mi stancherò mai di lodare l’iniziativa dell’editore Di Renzo di “intervistare” personaggi della scienza e raccogliere le loro memorie e commenti in questi snelli libretti che, oltre a essere piacevoli e leggeri a leggersi, sono sorgenti di ispirazioni per i giovani e saranno preziose testimonianze personali, di prima mano, per gli storici di domani.
Il volume in esame più che una intervista è una scheda autobiografica che Paresce traccia di suo pugno. Egli esordisce sottolineando un fatto che altri prima di lui, in analoghe condizioni, hanno sottolineato: non è facile essere parente stretto di un congiunto famoso. Nel caso del Nostro il parente illustre fu il nonno che era nientemeno che Guglielmo Marconi. All’avo celeberrimo si unisca una famiglia con radici italiane e irlandesi, in bilico tra la cultura anglosassone e quella nostrana e si ha la rara figura del giovane multilingue e multicultura che studia un po’ ovunque ma sempre in ottime scuole e si muove nel mondo della scienza come un brigantino con il vento in poppa, pronto a cogliere le correnti, veloce lungo il suo corso ma altrettanto veloce nell’evitare tempeste. Così Francesco nasce a Londra e... .. ma non vi racconterò certo io la sua vita, in parte avventurosa e, lo ammette egli stesso, fortunata. Vi consiglio però di leggerla. Ha molti tratti interessanti, si riferisce a imprese astronomiche di portata talvolta mondiale, sia con NASA che con ESA o all'Eso. La narrazione è schematica, ma suggestiva e ispiratrice. Nelle poche righe che seguono mi limiterò a commentare alcuni aspetti della carriera dell’autore con particolare attenzione ai rapporti con l'Italia che egli ha costantemente mantenuto e tuttora mantiene e descrive anche con dovizia di particolari. La carriera di Francesco Paresce si espande nel tempo, sempre in salita ed anche ora, che è “in pensione” sembra avere sempre più di una offerta di incarichi prestigiosi e ben remunerati tra cui scegliere o meglio, quando possibile, dividersi. Per definizione antesignano della lunga schiera dei “cervelli in fuga”, si sente in dovere di paragonare ciò che gli è stato offerto all’estero e le possibili alternative italiane, quando ci furono. Paresce, come scrittore, ha un grande pregio che gli va riconosciuto. È chiaro, conciso e senza peli sulla lingua. Senza mezzi termini, non esita ad affermare che, nei primi anni Sessanta, alla Sapienza di Roma «Quello che mancava veramente era l'impegno da parte dei professori e degli assistenti a insegnare bene, con poche eccezioni», e dire che tra questi c’erano Persico, Bernardini, Amaldi. L’unico che salva è Livio Gratton, che era da poco rientrato dall’estero. All’estero tutto va per il meglio salvo un pessimo rapporto con Riccardo Giacconi quando si sono trovati prima all'istituto HST di Baltimora e poi all’Eso di Monaco. Anche qui, con schiettezza, definisce «famigerata» la «gestione di Giacconi e Co».
Paresce confessa di soffrire di una sorta di orticaria che si sviluppa dopo una decina d'anni che si trova in uno stesso posto di lavoro. Nella teoria dell’accelerazione dei Raggi Cosmici, formulata da Fermi, le particelle cosmiche guadagnano energia ad ogni scontro con le onde d'urto contenenti campi magnetici. Analogamente, Francesco passa da una buona posizione a una ottima, anche quando l'aria che tira non è la migliore. I suoi tentativi di rientrare in Italia vanno sì a buon fine, ma si trova costretto, dopo ripensamenti che durano anni, a rifiutare perché «capii di non essere tagliato per quel modus operandi» e - fatto non secondario - perché «in Italia vige l'abitudine di offrire remunerazioni affatto competitive con quelle internazionali».
Qui Paresce, mi pare, tocca il tasto dolente, l’Italia ha pochi laboratori, l’Italia ha università scadenti, in italia scarseggiano i fondi, l’Italia ha troppa burocrazia e fin qui è innegabile l’impervio modus operandi, ma, soprattutto, l’Italia paga poco. Allora, seguendo il bell’esempio di Paresce, diciamolo chiaramente i “cervelli” fuggono perchè un posto all’estero si trova più facilmente che da noi, perché si lavora bene, ma, non trascurabile, perché ti pagano meglio. A conferma, vedasi la lista di rientri eccellenti, avvenuti negli ultimi decenni, durati però poco o niente perché, mentre all’estero ti vengono date chissà quante possibilità, qui la strada è in salita fino alla pensione e chi l’ha provata giura anche dopo. Sarebbe bello poter trarre un insegnamento da tutti questi nobili fallimenti, invece di malinconiche considerazioni sulla natura e in particolare quella italiana, residente indifferentemente in patria o all’estero.
Adesso Paresce, chiamato dall’attuale presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, anch’egli con una fulgida carriera alle spalle percorsa perlopiù all’estero, cercherà di «ritornare a fare qualcosa per la nostra comunità, soprattutto per la nuova fascia di giovani faticosamente impegnati a farsi strada».
L’impegno dei “vecchi fuoriusciti” è dichiaratamente nobile e generoso, liberare i ricercatori «presi nella morsa dei burocrati e dei mediocri» e dimostrare che, ritornati in patria «sono anche capaci di risolvere i problemi e non solo di criticare». Sono ansioso di leggere il prossimo volumetto de «I Dialoghi» nel quale, mi auguro, si possano trovare, nelle interviste fatte spigolando tra il personale degli osservatori italiani, i commenti e le riflessioni della «nuova fascia di giovani faticosamente impegnati a farsi strada» Ultraquarantenni che, pur dotati di rispettabili cervelli (le loro opere e i ruoli che ricoprono nei vari boards internazionali ne sono viva testimonianza) hanno scelto, per una seria di motivi, di non fuggire, ma di rimanere qui, che hanno ormai famiglia da mantenere, sono impegnati a pagare il mutuo, devono correre come assatanati per portare e riprendere i figli da scuola, alternandosi con la moglie o il marito (non dimentichiamo che da noi una rispettabile percentuale degli astronomi sono di sesso femminile) che, sicuramente, anch’essa(o) lavora. Il tutto a stipendio basso e, per gli ultimi arrivati, magari un annetto senza stipendio del tutto, in perenne attesa di rimborsi che ritardano. Vorrei sentire dalle loro parole cosa ne pensano dell’essere salvati dalle morse che finora li hanno compressi, forse potrebbero saltare anche fuori i nomi dei mediocri che li opprimono (o, a questo punto, dovrei dire li hanno oppressi?).
Da parte mia mi compiaccio a sentire tanti buoni propositi da questi connazionali famosi che promettono (o minacciano?) di rimettere almeno un piede in patria con intenzioni dirigenziali. Vorrei anche azzardare un invito a esercitare la loro influenza (innegabilmente enorme rispetto a quella di qualsiasi locale; è noto che chi ha studiato e lavorato all’estero “è meglio”!) presso i ministri ed i loro famigli in carica perché finalmente si decidano a fornire quel 2% del pil per la ricerca, ormai standard in tutta Europa e, molto importante, rendano competitivi i nostri stipendi! Nelle ultime 23 pagine del libro Paresce ci parla del famoso nonno. Dalla vita di Marconi riassunta dal nipote emergono, sempre sotto il segno della schiettezza, tra i trionfi e le conquiste, una serie di cose che egli, sostiene il nipote, avrebbe potuto – dovuto fare e non fece, per la ricerca e per il suo paese. In questo, anche il nonno, forse involontariamente, era troppo italiano. Certo avere avi celebri può condizionare la carriera dei successori ed è un peso il continuo confronto, comunque, anche se questo l’autore non lo di ce, meglio un nonno premio Nobel che un nonno maniscalco.