Avvenire, martedì 9 agosto 2005, pag. 3
Scienziati e mobilità

«Pochi fondi, penalizzate efficienza e meritocrazia»

Stefano Gulmanelli

Hanno tutti e tre lasciato l’Italia molto tempo fa per le università e i centri di ricerca degli Stati Uniti, dove sono diventati scienziati famosi. Ma i loro contatti con il mondo della ricerca italiana non sono mai venuti meno e Francesco Paresce Marconi, astrofisico e nipote di Guglielmo, Federico Capasso, fisico professore a Harvard ed Emilio Bizzi, neuroscienziato al MIT di Boston un’opinione sulle difficoltà con cui devono confrontarsi i loro giovani colleghi in Italia l’hanno certamente maturata. A partire dal dubbio sulla natura della fuoriuscita di cervelli italiani: vero «brain train» o normale manifestazione di mobilità internazionale di scienziati in fieri?
«È l’uno e l’altra – commenta Bizzi -: è mobilità perché così funziona la ricerca; dopo aver conseguito il dottorato si va in cerca di nuove idee e del confronto con scienziati di altre scuole e di altri Paesi. Ma è anche brain drain perché molte di queste intelligenze, una volta fuori, non tornano». L’importante, a conferma della complessità del fenomeno, è non generalizzare: «Si ha la tendenza a fare di tutta l’erba un fascio», puntualizza Capasso , «per alcune discipline questo esodo a senso unico è più immaginario che reale: io stesso ho avuto una quindicina di italiani con me e, una volta terminata la loro esperienza, tutti – a parte uno andato in Francia – sono rientrati in Italia». Certo, la vita del ricercatore che vuole farsi strada non è facile da noi: «È una condizione difficile che nasce dal combinato disposto di due tendenze note e più volte citate ma non per questo meno reali: la mancanza strutturale di fondi e un assetto organizzativo della ricerca in Italia che penalizza efficienza e meritocrazia» commenta Paresce che aggiunge: «In particolare, per il secondo punto la situazione è talmente incancrenita che anche il politico di turno che volesse, con buona volontà, porvi rimedio finisce per rimanere ostaggio di quel gruppo di mediocri che, non per meriti scientifici, oggi fa e dispone della ricerca in Italia». Quello che si trova a sperimentare l’aspirante scienziato italiano è cioè «il risultato di un’insieme di fattori fra cui le assunzioni difficili e lente, i salari indegni e non competitivi con il resto del mondo e l’accesso ai fondi precluso da un sistema di cordate di sapore feudale che fanno arrivare i finanziamenti sempre ai soliti noti», concorda Bizzi.
«Il fatto è – dice Capasso – che, nonostante esistano centri di eccellenza (nel mio campo ve ne sono almeno tre di livello assoluto, il Lens di Trieste, il Nest di Pisa e il National nanotechnology laboratory (Nnl) di Lecce, sembra che per la nazione la ricerca non sia una priorità strategica». Per quanto infatti «l’Italia sia uno dei Paesi in cui più si parla della necessità della ricerca e di fondarla su criteri meritocratici – dice Bizzi – poi si stenta a trovare i soldi e anche quelli destinati alla ricerca vengono spesi male. Forse anche perché quella italiana è una comunità scientifica ristretta, dove si conoscono tutti e in cui diventa quindi difficile avere una vera e propria review dei progetti con attribuzione dei fondi a quelli più meritori». O forse perché in qualche modo c’è un ambiente socialmente e culturalmente indifferente, se non diffidente, nei confronti della ricerca: «La scienza è vissuta quasi come magia, che scaturisce dal nulla – dice Paresce -. Nessuno sembra aver spiegato alla società a che cosa può servire la ricerca». Un retaggio che viene da lontano, sottolinea Capasso: «Probabilmente vige ancora l’approccio tradizionale che vuole che la cultura sia quella umanistica e che la tecnologia non sia ritenuta meritevole di essere considerata tale».