L’Espresso, 27 maggio 2004, pag. 48

Non fermate il mondo

In libreria “Professione reporter” dell’inviato de “L’Espresso” Gianni Perrelli

Certo, l’Editore Di Renzo avrebbe potuto sforzarsi un po’ di più e trovare per l’ultimo nato della Casa un titolo meno banale. Anche perché “Professione reporter” che esce in questi giorni nella ricca collana “Uomo e società”, di banale non ha niente. A cominciare dall’autore: Gianni Perrelli, inviato speciale de “L’Espresso”, ex redattore capo della sezione Esteri, ex inviato de “L’Europeo”, ex corrispondente dagli Usa, ex un sacco di altre cose (Compresa un’abissale competenza nei meandri del calcio giocato e imbrogliato), giramondo instancabile, zingaro per cromosoma.
Dopo trent’anni passati in giro alternativamente per i migliori e i peggiori posti del mondo, Perrelli ha scritto un libro svelto che si legge in due ore nel quale sembra che parli di se stesso e delle sue esperienze sul campo.
Sembra. In realtà fa una chiacchierata tranquilla, senza mai montare in cattedra né prendersi troppo sul serio (questa è una sua caratteristica anche nella vita di tutti i giorni) con due tipi di ascoltatori: gli aspiranti giornalisti e i lettori di quotidiani e i lettori di quotidiani e settimanali. Ai primi spiega e ribadisce che gli inizi sono pane e sputo (pane poco); era così ai tempi suoi che non è più un ragazzino e figuriamoci adesso. Ma se uno vuole fare questo mestiere deve avere un carattere di ferro, una testardaggine a prova di qualsiasi muro, la capacità di adattamento, di sopportare i disagi, vincere le paure, ingoiare la malinconia. In caso contrario non ce la farà mai. E quando ce l’ha fatta (o ce la sta per fare) si deve sempre ricordare che le fondamenta del giornalismo sono: documentarsi, stare ai fatti, lasciare fuori le opinioni.
Di questi tempi, cose tutt’altro che scontate.
Ai lettori invece domanda sornione: ci credete dei privilegiati? Calma. Sì, viaggiamo in prima classe, andiamo in alberghi a cinque stelle, abbiamo patacche di plastica con credito illimitato.
Ma nelle Filippine ho dormito per terra e sono stato due giorni senza mangiare, sulla strada da Baghdad al Kuwait mi hanno sparato addosso, mio figlio è diventato uno spilungone senza che neppure me ne accorgessi. Però è vero, sono un privilegiato: ho visto la storia. Lo dico senza enfasi, sia chiaro.