Il Giornale, martedì 16 gennaio 2001, pag. 29, Cultura e Spettacoli

Majorana – Sulle tracce del ragazzo di via Panisperna

Erasmo Recami

Perché occuparci di Ettore Majorana? Solo perché è sparito misteriosamente? Non ne varrebbe la pena: non è certo il solo ad essere scomparso. È invece quasi un dovere culturale interessarsi al suo caso, perché Majorana è stato probabilmente il più grande fisico teorico del secolo or ora trascorso: e non solo d’Italia. Secondo le parole di Enrico Fermi, «ci sono geni, come Galileo e Newton; ebbene, Ettore era uno di quelli».
È importante ricordare che l’autore di questa impegnativa dichiarazione, Enrico Fermi, non è soltanto uno dei maggiori fisici della nostra epoca, ma è colui che, per quello che ha fatto nel 1942 a Chicago (con la costruzione della prima «pila atomica», controllando cioè l’energia nucleare), diverrà forse leggendario come Prometeo. Eppure Fermi riconosceva la superiorità del Majorana per la fisica teorica; e, rivolgendosi al primo ministro dell’epoca (Mussolini), scrisse:«Io non esito a dichiararvi che fra tutti gli studiosi italiani e stranieri che ho avuto occasione di avvicinare, il Majorana è quello che per profondità mi ha maggiormente colpito».
Verso la fine del 1937, il ministro dell’Educazione nazionale, Giuseppe Bottai, comunica ad Ettore Majorana la nomina a professore presso l’Università di Napoli «per l’alta fama di singolare perizia cui è pervenuto», fuori concorso cioè, e sulla base di una legge già usata per attribuire una cattedra universitaria a Guglielmo Marconi.
Ettore accetta, si dedica con passione all’insegnamento, ma dopo pochi mesi – all’età di 31 anni – decide di scomparire; invia infatti al direttore dell’Istituto di fisica di Napoli la seguente lettera: «Ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti».
Ettore commette suicidio? È possibile, certamente. Ma, tra le poche ipotesi che reggono ad un’analisi critica, la più probabile è che abbia deciso di tagliare i ponti con tutta la sua vita passata (compresa la famiglia, e la scienza ufficiale) onde ritirarsi in un luogo appartato. Prima di sparire, ad esempio, intasca il passaporto e – tutto in una volta – lo stipendio dei suoi primi mesi di docenza universitaria. Forse si ispira a Pirandello, suo conterraneo, che fa pronunciare al personaggio Mattia Pascal queste parole: «Chissà quanti sono come me, nelle mie stesse condizioni. Si lascia il capello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto d’un ponte, su un fiume; e poi, invece di buttarsi giù, si va via tranquillamente: in America o altrove».
Perché Ettore fa questo? A partire dai primi anni Settanta, in ca. trent’anni, ho avuto occasione di raccogliere al riguardo documenti e testimonianze. Fin da quando ritrovai (insieme con Maria, sorella di Ettore) l’epistolario di Majorana, rimasto celato sino ad allora, dal 1938, in una cassaforte famigliare. Quasi tutti i documenti apparsi sulla stampa, non escluse le fotografie, sono stati rintracciati da chi scrive che a suo tempo ne trasmise una parte a Leonardo Sciascia, in procinto di scrivere il suo lucido saggio sulla questione.
E alla fine, in accordo con la famiglia Majorana, si è deciso di pubblicare un libro, che nella seconda parte riportasse – appunto – tutti i documenti noti. Lasciando le conclusioni alla sensibilità del lettore.
I documenti sono infatti numerosi e avvincenti; il «caso Majorana» si configura come un vero giallo, e di alto livello: dato che vi prendono parte scienziati e personaggi della cultura famosi, capi della polizia, ministri. Ma tali documenti non dicono tutto. Anche se alcuni dei più seri parlano di una sopravvivenza di Ettore in Argentina; proprio come meditava di fare il pirandelliano Mattia Pascal, quando si leggano le righe immediatamente successive alla precedente citazione!
Sciascia nel suo libro, al quale teneva molto, immagina che Ettore si sia chiuso nel medesimo convento in cui si è ritratto il pilota che sganciò la bomba atomica su Hiroshima. Ma che si trattasse di una finzione poetica lo dichiarò in fondo lui stesso, narrandoci dell’indignazione che lo prese quando un giorno, a tavola, ascoltò Emilio Segré vantarsi di avere costruito la bomba A (mentre Moravia – pure presente – gli dava gli dava gomitate sotto il tavolo). Segré aveva i suoi torti, ma anche le sue ragioni. Comunque Sciascia decise di prendere il grande, sensibile e timido Majorana quale emblema dello scienziato che rifugge da qualsiasi applicazione tecnologica pericolosa.
Qui si tocca un problema vecchio quanto l’umanità: vale la pena imparare a controllare il fuoco, a inventare e costruire il coltello, o la dinamite, o il computer? Essi possono essere usati a fin di bene, o a fin di male; ma questo è un argomento che merita di essere trattato a parte.
Qui vogliamo solo accennare a un’ultima questione, che ci sta a cuore. Il giorno prima della scomparsa, Ettore consegnò alla sua studentessa più intelligente, più vivace e più bella (ora professoressa Gilda Senatore) una cartelletta con dei suoi manoscritti, dicendo:«Li tenga lei. Poi ne riparleremo». Probabilmente tra quelle carte c’era almeno uno degli articoli scientifici scritti da Ettore, e mai pubblicati; dopo il 1933, infatti, Majorana aveva continuato a lavorare assiduamente, ma senza più pubblicare quasi nulla; e dai nostri documenti risulta che si trattava di lavori che sarebbero della massima importanza anche per la Fisica di oggi.
Quei manoscritti, purtroppo, finirono nelle mani del direttore dell’Istituto fisico di Napoli (professor Antonio Carrelli) e poi si persero. Sarebbe molto più importante risolvere il mistero di quelle carte, che non il mistero della vita di Ettore Majorana.

(Erasmo Recami, Il caso Majorana, Di Renzo Editore)