Ethimos n. 4, 2007

Jonathan Riley-Smith, Al seguito delle Crociate – origini, storia, evoluzione –

Lo storico inglese Jonathan Riley-Smith, nel capitolo introduttivo del prezioso volume Al seguito delle Crociate, afferma che nello studio di questi fondamentali eventi della storia medievale il suo interesse “si stava spostando dagli stanziamenti dei crociati in Oriente allo studio delle crociate in se stesse e, in particolare, al pensiero che ne era alla base”. E confessa che da allora le sue non poche pubblicazioni sull’argomento sono state indirizzate a scoprirne le origini e le motivazioni. Questa intenzione è stata coronata da un pieno successo di un libro qualificato a un tempo di agevole lettura, anche se sarebbe errato considerarlo di semplice divulgazione, come è la moda nell’attuale diluvio di volumi e volumetti di carattere storico (o pseudo – storico) scritti spesso in cattiva forma, a tinte romanzesche, che nulla hanno di serio.
Il Riley-Smith non concede nulla a superflue digressioni e curiosità, ma affronta l’argomento, sentendosi fornito di un solido e aggiornatissimo bagaglio culturale e con gli strumenti critici adatti a un’analisi dei fatti, sotto il profilo costituzionale, economico, militare, giuridico.
Ci fa comprendere, insomma, che dalle Crociate sarebbe nata una nuova idea dell’Europa cristiana sulle rovine dell’orlo carolingio, aperta alle esperienze di nuovi mondi, nuove culture, nuove realtà. Non per questo, però, si abbandona a semplicistiche schematizzazioni, in quanto individua il groviglio contraddittorio e ambiguo delle motivazioni in quell’intreccio di feroci interessi e di pie aspirazioni, di tensioni verso il nuovo e di tentativi volti a ricostruire in zone, per così dire, vergini le strutture feudali che in Europa si preannunciavano in crisi. Miti, fantasie, leggende cadono sotto il fuoco di una critica che non lascia spazio a ipotesi, lungaggini e digressioni di ogni tipo: tutto fila liscio come nella situazione di un teorema sapientemente impostato ed esposto, che nulla toglie alla piacevolezza della lettura.
Le spedizioni, gli scontri in campo aperto, gli assedi non sono descritti come un gioco di scacchi, ma se ne indagano genesi e conseguenze: i contrasti non si esauriscono schematicamente in una contrapposizione tra cristianesimo e islamismo, ma sono visti all’interno dell’uno e dell’altro gruppo, particolarmente quelli interni agli ordini cavallereschi e religiosi; ma si colgono a un tempo segni rilevanti del nuovo, con la partecipazione delle donne non solo ad attività assistenziali, caritative e all’insegnamento, bensì a nuove forme di vita e di spiritualità religiosa.
L’educazione intellettuale al pragmatismo del pensiero storiografico e filosofico inglese impedisce all’Autore di indulgere ad atteggiamenti moralistici o giustificazionismi: i fatti sono fatti, e le considerazioni intorno ad essi prescindono dall’elementare e acritica domanda su chi abbia avuto torto e chi ragione e su chi sia stato più crudele. Sono ben altre le problematiche riguardanti la storia, anche a prescindere da ogni severo  razionalismo di matrice machiavellica o hegeliana, poco incline a confondere le speranze con la realtà. Non è piccolo l’arco di tempo magistralmente esplorato dal Riley-Smith, in quanto dal 1071, allorché i Turchi selgiuchidi occuparono la Palestina e i Luoghi Santi, si protrae fino alla caduta di San Giovanni d’Acri, ultimo baluardo cristiano, avvenuto nel 1921. Arco di tempo contrassegnato da sette (non si tratta solo di sette?) Crociate. Tuttavia – osserva l’Autore -  lo spirito delle Crociate ed eventi storici ad essa collegabili perdurarono per oltre due secoli da questa data fino a quando si affacciò alla ribalta della storia la nuova Europa e si affermarono diverse tipologie culturali e politiche che avrebbero delineato l’eclissi dei residui del mondo medievale e inferto un colpo alle ormai inadeguate strutture feudali. Anzi, sotto il profilo militare, fa risalire l’ultimo atto della Crociate al 1798, quando Napoleone conquistò Malta e costrinse i cavalieri a rifugiarsi a Roma, dove ancora oggi hanno sede.
C’è sempre, in ogni modo, uno sprazzo di luce che dal passato si riverbera nel presente (o viceversa) a rendere interessante la ricerca storiografica e ad impedire che si areni nelle secche dell’arido cronachismo o della fredda ricostruzione scientifica. Ogni riproposta di accadimenti storici implica una relazione, esplicita e sottintesa, tra ciò che è stato e ciò che è, intesa a considerare le varianti e le costanti che nel corso dei tempi si ripropongono all’attenzione del ricercatore.
Non è un caso – sia detto per inciso – che anche oggi in merito alle attuali guerre neocoloniali si parli, a proposito o a sproposito di “nuove Crociate”. Si tratta di discorsi che scaturiscono da ideologie sovrastrutturali, acriticamente fondate sugli slogan delle “radici cristiane dell’Europa”, della “civiltà occidentale”, dalla guerra al “fondamentalismo islamico”, per coonestare – si fa per dire! – basilari interessi legati, oltre che a ragioni egemoniche, al controllo di petrolio, droga e ad altri interessi economici. Spiegazioni diverse risultano ispirate a irrazionalismo infantile indotto, a livello basso – popolare e piccolo-borghese, dai mass-media, severamente infeudati a establishment conservatori, e inspirato a formule xenofobiche sostanzialmente non difformi da quelle che, oltre sessant’anni fa, hanno “deliziato” il nostro continente e il mondo intero.
Al Riley-Smith, prestigioso professore all’“Emmanuel College” di Cambrige, si aprirono prospettive di confronto tra passato e presente, quando scoprì nella Biblioteca della città gli scritti dei moderni teologi della liberazione cristiana nell’America Latina, i quali suscitarono in lui il convincimento che qualcosa andava mutata nella sua metodologia e che “la guerra santa o liberazione santa” era espressa con un linguaggio molto vicino a quello della teologia medievale, anche se espresso attraverso un vocabolario differente”. Da allora cominciò a riscrivere completamente le sue lezioni, suscitando stupore e interesse tra gli studenti.
“Il passato – egli scrive in Alcune informazioni personali – non è una cosa separata dal presente, ma verrà compiuto nel giorno del Giudizio, quando il cosmo finirà, le intenzioni di Dio saranno rivelate e l’umanità sarà giudicata. Così come i marxisti, i cristiani vedono la storia come un processo dialettico che abbraccia il mondo intero, una forza attiva che noi assimiliamo prima di rendercene conto. L’analogia con il marxismo si impone con rispetto a un cattolico, che appartiene a un organismo caratterizzato da un esclusivo senso del fine ultimo e una tradizione unitaria e affermata nel tempo”(p. 13).
Per tornare al tema centrale, occorre ribadire che l’Europa con le Crociate spezza l’economia chiusa, rompe il guscio del particolarismo curtense di piccolo respiro ed ha profondi  mutamenti nell’ideologia, nella cultura, nel costume, non solo nei rapporti con il mondo islamico, ma anche per l’incidenza dei nuovi eventi “sulle relazioni dei cristiani con gli ebrei e sugli atteggiamenti dei greci e russi ortodossi nei confronti con la Chiesa cattolica” (p. 77).
Il punto di vista dominante nella storiografia ha visto nelle Crociate un “pellegrinaggio armato permanente”, motivato comunque nel suo profilo espansivo dai traffici e attività economiche che – in linea prevalente – furono l’incentivo di una ripresa culturale e commerciale europea.
Il Riley-Smith non sente antitetica questa idea, ma intende cogliere con particolare insistenza gli elementi rivoluzionari di segno positivo del fenomeno: il senso di pietà religiosa ed umana, il capovolgimento dei parametri antropologici riportati, in contrasto non sempre latente con gli indirizzi ufficiali della Chiesa del tempo, verso un ecumenismo originario, protocristiano, opacizzatosi da secoli, verso la carità evangelica per i deboli e i bisognosi con la costruzione di ospedali e di case di cura a titolo gratuito o semigratuito, insomma verso una riscoperta del monito di Cristo: “Chi vede un povero vede me”.
L’Autore, che non ha sentito mai la necessità di “dover operare una scelta personale tra l’essere uno storico e un cattolico”, sostiene che la molla dell’azione umana non è solo l’interesse del singolo e del gruppo, ma anche lo spirito della religione o i singoli ideali: “Sono tra coloro – scrive infatti – che sostengono che gli uomini del Medioevo potevamo essere motivati dagli ideali al punto di essere pronti ad agire contro il loro stesso interesse”. Scopre comunque – per cosi dire – l’altro lato della medaglia, il cui peso complessivo non è determinato dalla lega aurea dell’idealismo. Per un verso, ad esempio, l’ospedale di Gerusalemme accoglievano misericordiosamente malati ebrei e mussulmani, per altro verso i governanti cristiani ammettevano pochissimi aderenti al giudaismo o all’islamismo a risiedere in questa città.
Guai, quindi, a demonizzare o a romanticizzare l’impresa delle Crociate!
Credo che quest’ultimo sia uno dei più validi insegnamenti di questo godibilissimo libro, estensibile – a mio avviso – a tutti i grandi fatti della storia. Ma non posso chiudere questa mia rassegna senza accennare al puntuale e ricchissimo quadro cronologico e alla cartina geografica dei luoghi che chiudono il volume.

Roma, Di Renzo Editore. 2000, pp 138, € 9,30

Gabriele Di Giammarino