Physis - Rivista internazionale di storia della scienza, Vol. XLII Nuova Serie, Fasc. 2, marzo 2007, pag. 559

Che cos’è il tempo? Che cos’è lo spazio?


di Simone Notargiacomo

(Carlo Rovelli, Che cos’è il tempo? Che cos’è lo spazio?, Roma, Di Renzo Editore, 2004, pp. 59 – ed. inglese What is Time? What is Space?, Roma, Di Renzo Editore, 2006, pp. 72)
L’autore andrebbe lodato, a priori, solo per il coraggio avuto scegliendo un titolo così importante per il proprio libro: si tratta, come è noto, di due domande di enorme calibro e portata per la ricerca scientifica e filosofica occidentale degli ultimi 2500 anni. Alcuni, per questo, potrebbero accusare l’autore di avventatezza, o, vedendo che ad un titolo del genere corrisponde un testo di poche decine di pagine, sentirsi frenati dal timore di trovarsi davanti ad uno scherzo oppure ad un’opera inutile ed eccessivamente sintetica. Niente di tutto ciò, invece: il lettore scoprirà di avere tra le mani un’opera di altissimo interesse, come cercherò di mostrare nelle righe seguenti.
Innanzi tutto va presentato l’autore: Carlo Rovelli è un fisico neanche cinquantenne ma già di fama internazionale, vincitore del prestigioso premio Internazionale Xanthopoulos per lo sviluppo della teoria della Gravitazione Quantistica a loop e attualmente professore Ordinario di Fisica Teorica presso l’Università del Mediterraneo di Marsiglia, in Francia. Ciò non basta. A questa elevatissima competenza in campo scientifico, infatti, si accompagna una non minore formazione “umanistico-letteraria”di cui va fiero e che sottolinea a più riprese, ricordando l’importanza del Liceo Classico per la sua formazione, la passione, coltivata sin da bambino, per la lettura in genere, l’amore per gli studi filosofici.
Caratteristica principale del testo è il parallelismo, continuamente riproposto dall’autore, tra le proprie esperienze di vita e i propri studi, con una critica più o meno implicita al paradigma che vorrebbe la scienza e lo scienziato per loro natura completamente separati dal mondo “normale”, abitanti di una specie di iperuranio che ha poco o niente a che fare con la realtà quotidiana. Leggendo il libro, invece, ci si ritrova immediatamente immersi in un mondo affascinante, in cui l’autore riesce a spiegarci il legame tra la sua esperienza di vita e la sua attuale professione: si incontrano i sogni - di un bambino e di un adolescente degli anni ’70 - di rivoluzione e trasformazione del mondo che lo circonda e che lo scontenta, e nel quale si sente un estraneo; si legge delle esperienze fatte, ai tempi dell’università, per cercare di porre le condizioni per un cambiamento di tale situazione e delle delusioni che ne conseguono; infine, dell’incontro con la ricerca scientifica, in cui si ritrovano, in ambito differente, gli stessi aspetti cercati nella vita, cioè rivoluzioni - stavolta non politiche, ma concettuali - che cambiano la visione del mondo.
E’, questo, il vero filo conduttore del libro, attraverso il quale Rovelli riesce ad affrontare con abilità argomenti tecnico-teorici a prima vista ostici per il lettore. In alcune pagine molto belle, infatti, si descrivono le trasformazioni storiche dei concetti di tempo e di spazio (da cui il titolo), fino a giungere alle ipotesi formulate da teorie fisiche contemporanee, ovviamente soffermandosi in particolare sulla teoria della Gravitazione Quantistica a loop, di cui Rovelli si occupa. Il lettore si imbatte, così, in problemi oggi al centro del dibattito scientifico, incontrando concetti e ipotesi tanto interessanti e affascinanti quanto complessi, ma che l’autore riesce a spiegare sempre con grande chiarezza: si verrà così a conoscenza di “grani di spazio”, “spin-networks”, della possibilità che lo spazio sia costituito da anelli (loop), o che il tempo non esista, ma sia l’effetto della nostra ignoranza dei dettagli del mondo.
Credo non ci sia bisogno di rimarcare la portata filosofico-scientifica di tali idee. E in effetti caratteristica peculiare del libro è proprio il forte intreccio, sempre ben calibrato, tra l’alta divulgazione scientifica e la storia e filosofia della scienza.


In quest’ambito almeno tre elementi positivi saltano agli occhi: il primo, è la conoscenza profonda che l’autore ha della Storia della Scienza, dimostrata dalla facilità con cui riesce a spaziare nei confronti tra le concezioni di Aristotele, Descartes, Newton, Einstein e della Fisica novecentesca.
Da segnalare, in proposito, che Carlo Rovelli tiene per i suoi studenti di Marsiglia anche corsi di storia della scienza, oltre ad avere mantenuto forti collegamenti con il Centro per la Storia e la Filosofia della Scienza di Pittsburgh, località in cui ha vissuto per dieci anni.
Il secondo elemento positivo riguarda l’approccio critico con cui l’autore si pone nei confronti del proprio campo di studi e della propria teoria: dopo aver sottolineato il contesto in cui nasce l’esigenza di una nuova teoria fisica, la quale possa risolvere alcuni problemi di incompatibilità esistenti tra la Meccanica Quantistica e la Relatività Generale, e dopo esser riuscito a delineare  con precisione i nuclei essenziali della teoria della Gravitazione Quantistica a loop, nata appunto per cercare una soluzione a tali problemi, si sofferma a definirne il carattere ancora ipotetico. Quest’ultimo non è sottolineato per un eccesso di prudenza, ma piuttosto in nome di una correttezza deontologica (“Penso che un grave danno alla scienza viene fatto da divulgatori che danno per accertate delle teorie solo ipotetiche, come purtroppo avviene”), la quale porta Rovelli a descrivere anche i nuclei tematici essenziali di altre ipotesi, seguite da scienziati diversi e in teoria “concorrenti”, come ad esempio la Teorie delle Stringhe.
Terzo elemento positivo riguarda ancora una volta l’approccio dell’autore, il quale, al contrario di gran parte degli scienziati, ritiene “vitale” il recupero del dialogo tra scienza e filosofia, oggi, dopo un periodo di allontanamento (nella seconda metà del XX secolo) dovuto al fatto che i problemi trattati dagli scienziati, per sviluppare le teorie sorte ad inizio novecento, erano più di natura tecnica che concettuale. D’altronde è Rovelli stesso a segnalarci il posto di rilievo che hanno, secondo il suo parere, gli studi filosofici: “Mi ero iscritto a Fisica, e non a Filosofia, più che altro perché nella mia ingenua sfiducia verso le istituzioni ritenevo i problemi filosofici troppo seri e importanti, per volerli discutere a scuola”.


Da segnalare, inoltre, che, ad uno sguardo attento, ci si potrà accorgere che il linguaggio di Rovelli appare pregno di nozioni della Filosofia della Scienza novecentesca (si pensi ai concetti di “rivoluzione concettuale”, di “ipotesi”, o a passi che sembrano descrivere quella che Kuhn ha chiamato “scienza normale”), dimostrando ancora una volta la conoscenza e gli interessi profondi, già citati e apprezzati, che ha circa le tematiche storico-filosofico-scientifiche.
Un breve, ulteriore cenno merita lo stile: in esso - nei racconti di vita personale come nei momenti in cui si affrontano argomenti più tecnici e teorici - la chiarezza e la scorrevolezza sono perfettamente armonizzate con un modo coinvolgente e appassionante di trattare i diversi temi; inoltre l’autore mostra un’ottima capacità di sintesi, adeguata agli scopi divulgativi del testo, che non penalizza eccessivamente la profondità di analisi.
Ciliegina sulla torta, il libro si conclude con alcune considerazioni, brevi ma importanti, riguardanti il cattivo stato della ricerca scientifica in Italia (fuga dei cervelli, mancanza di finanziamenti, ...) e l’autore, a partire dalla propria esperienza personale, esprime la speranza che tale stato di cose possa al più presto cambiare.