Il Tempo, sabato 21 agosto 2004, pag. 2, IL COMMENTO

Facciamo più figli o sono guai

Antonio Saccà

In un recente volume, Dove va la Russia (Di Renzo Editore), il sociologo Boris Kagarlitsky fa una dichiarazione sorprendenti: a suo giudizio i capitali stranieri non investono in Russia in quanto non vi reperiscono la quantità di mano d’opera abbondantissima che trovano in altri Paesi come Cina e India. Poiché la quantità di mano d’opera decurta i salari, i quali in ogni caso in Russia sono minimi, i capitali corrono nei Paesi fittissimi di popolazione. Non so quanto si realistica la considerazione di Kagarlitsky, certo è che l’ultima cosa che avremmo pensato della Russia è la scarsità di “quantità” lavorative. Noi immaginiamo la Russia come un Paese estesissimo e tuttavia popolatissimo. È vero il contrario: riguardo al suo territorio sconfinato, la Russia è spopolata e in declino demografico, e questo è un fenomeno gravissimo.
Il declino demografico russo ha talune cause somiglianti a quelle del declino di molti Paesi europei: difficoltà di avere abitazioni (più specifica della Russia) bassi salari, morale edonistica, percezione di dover sopportare troppi sacrifici per avere un figlio, godimento dell’oggi, individualismo tendenziale e, infine, sfiducia nel futuro. Come che sia, il declino demografico in Russia è preoccupante, anche perché bisogna considerare che si trova ai fianchi una pulsione demografica prepotentissima, quella di Cina e India. Inoltre, un rilevantissimo incremento alla pressione demografica sorge dai Paesi musulmani circostanti la Russia. E la questione fatale è: che accadrebbe se in futuro l’argine russo si indebolisse ulteriormente? Riavremmo il fantasma dell’Orda? La parte europea nella quale viviamo noi verrebbe “avvicinata” troppo dall’abbraccio cinese, indiano, musulmano? Se noi ci sentiamo perfino angustiati da simile rischio remoto, che pensare della Russia che ha sui confini tale incombenza?
Esistono vere “falle” demografiche e ciò in pochi anni potrebbe alterare la nostra composizione etnica. Prendiamo ad esempio la Norvegia, un Paese dove questa “falla” è gravissima. Un ampio territorio con una popolazione che giunge appena ai cinque milioni, oggi ricca di petrolio, acqua e legname. La Norvegia sta subendo un’immigrazione da varie fonti, russa ucraina, asiatica, africana, la quale, specialmente vicino Capo Nord, è dirompente, cambia la composizione dell’articolazione sociale. Lo stesso pare avvenga nella Russia con la Cina in certi punti degli sterminati confini comuni, ed ovviamente nei punti di confine della Russia con i vicini Paesi musulmani. Del resto, sono fatti che viviamo anche noi nei punti sensibili a Sud e ad Est.
Il male peggiore sta nel coniugare crisi demografica e scarso sviluppo. È la morte della società. Perché i popoli con forte incremento demografico, anche se poveri, finiranno con l’avere una via di uscita, mentre i popoli con “falle” demografiche, con invecchiamento della popolazione, denatalità e scarso sviluppo, non manterranno nelle loro mani il loro futuro. Pertanto, sarebbe irresponsabile, per quieto vivere, trascurare queste tendenze, tutt’altro che fatali, anzi certamente risolvibili. Occorre una filosofia politica che, accertato il fenomeno, lo voglia superare. Con un sistema di alleanze all’esterno e, ad esempio, una visione sociale all’interno. Chi ha cura e vuole salvare la civiltà cristiana della “persona” non può, non deve lasciarsi andare a un declino per esaurimento. Nella convivenza con tutte le concezioni la “voce” della civiltà della “persona” deve esprimersi come ha fatto meravigliosamente nei millenni. E la salute demografica è il fondamento per il mantenimento di questa “voce”.