Secolo d’Italia, giovedì 8 luglio 2004, pag. 16

La Russia dopo il fallimento neoliberista

Un volume di Boris Kagarlistky analizza la ripresa del paese all’indomani della grande crisi monetaria del 1998

Antonio Saccà

Il punto centrale del volume: “Dove va la Russia”, di Boris Kagarlitsky, Di Renzo Editore, è la crisi monetaria nel 1998 e la polemica aspra che l’autore manifesta nei confronti degli organismi internazionali che regolano l’economia del mondo. La crisi del rublo e la svalutazione che ne derivò fu causata, a quanto scrive l’autore, dalle “ricette” degli organismi internazionali, ripeto, i quali chiedevano alla Russia di privatizzare, una formula ormai conosciutissima. I paesi devono privatizzare, sì che gli stranieri, e sappiamo chi sono, acquistano. Ma non necessariamente l’acquisto è a vantaggio del paese che vende. Può capitare, ciò dichiara Kagarlitsky, che non vengono potenziate quelle attività che possono essere concorrenziali con l’attività degli stranieri acquirenti. Si finisce con lo stabilire una distribuzione mondiale delle attività produttive a vantaggio dei paesi più potenti economicamente e finanziariamente, in generale. E infatti quelle direttive stavano creando, anzi crearono, un disastro per la Russia, la quale si trovò vulnerata nelle sue attività principali, e non erano cose da poco, la Russia in campo tecnologico aveva ed ha delle situazioni primarie, ad esempio nel campo automobilistico, in quello spaziale, aereo. Per quanto non all’altezza dei massimi livelli di alcuni paesi stranieri tuttavia la Russia poteva anche essere concorrenziale, specialmente per il mercato interno: “Un esempio eclatante è il settore automobilistico: in Russia avevamo eccellenti industria e stabilimenti, che sfornavano centinaia di migliaia di macchine. Probabilmente la Ziguli e la Moskvitch non offrivano la qualità o il design della Volkswagen o della Subaru, ma questi stabilimenti invece di ricevere investimenti esteri, know-how straniero, critiche e riforme costruttive, sono stati abbandonati a loro stessi. Gli “aiuti” occidentali si sono premurati soltanto di riversare sul nostro mercato centinaia di marche e modelli occidentali, con prezzi al di fuori di ogni nostra portata economica. Il settore automobilistico russo sopravvive soltanto perché la gente che non può permettersi macchine occidentali è ancora abbastanza, ma con il passare del tempo e con la costruzione di fabbriche straniere in Russia, il vantaggio di comprare una macchina russa, per il momento solo economico, andrà perso”. La crisi del 1998, la svalutazione del rublo e il crollo dei ceti che si erano arricchiti con questo tipo di economia neoliberista spalancarono gli occhi alla classe dirigente russa e anche ai ceti medi. I quali furono da quel momento ben lontani dal credere alle formule risolutive degli organismi internazionali con mentalità neoliberista. I ceti rovinati, in difficoltà chiesero di nuovo uno stato forte, una figura dominante e nasce la condizione opportuna per la Presidenza Putin. La difficoltà di credere alle privatizzazioni neoliberiste diede importanza allo stato, ad una guida rassicurante, dicevo, anche se, per Kagarlitsky, a scapito della libertà. In quanto ai comunisti, in Russia non hanno rilevanza, per l’autore: “L’aspetto più triste è che il KPRF non si dimostra fiero del fatto che quando c’era l’URSS avevamo raggiunto un’educazione eccellente, un livello di sicurezza sociale invidiabile, un buon grado di giustizia e via dicendo. Si va invece rammaricando soltanto della nostra perduta forza militare, la potenza nucleare, ossia va riproponendo la passata dersghava sovietica, ovvero la grandeur à la sovietique”. Kagarlitsky propugna una sua sinistra, diciamo, simile ai “movimenti” europei. E forse per la Russia ciò rappresenta un atteggiamento di libertà.
L’importanza significativa del volume, dicevo, sta nell’esplicita rilevazione di quanto rovinosa sia la politica neoliberista per i paesi che dovrebbero svilupparsi. Il toccasana delle privatizzazioni non è altro che un modo per fare acquistare agli stranieri le imprese nazionali e poi perfino bloccarle per impedire che abbiano, lo accennavo, rilievo nella concorrenza internazionale. Altrettanto da notare quanto scrive Kagarlitsky sulla situazione cinese. Per l’autore la Cina offre una situazione ideale con la sua poderosa mano d’opera a basso costo rispetto alla Russia, alla quale vengono assegnati, nella collocazione internazionale dei vari paesi e nei compiti distribuiti dalle grandi potenze, specialmente gli Stati Uniti, funzioni di forniture di risorse naturali e di mercato dei prodotti occidentali. Kagarlitsky nota che la Russia è divisa tra quanti lavorano per le imprese internazionali e godono benessere, e quanti lavorano per l’interno e vivono pessimamente anche perché il guadagno dei ceti che vivono lavorando per i gruppi internazionali fa aumentare il prezzo delle merci. Le considerazioni sulla corruzione in Russia chiudono il volume. A parte rilievi sullo scempio architettonico. Tutto male, dunque? Per niente. C’è un tale dinamismo, si sono messi in opere tali forze che ogni previsione è fallace. Che ne sarà del rapporto dell’Unione Europea con la Russia? Gli Stati Uniti potranno assegnare ruoli agli altri paesi e stabilire un mercato mondiale a loro convenienza o taluni paesi gli sfuggiranno?