Il Tempo, mercoledì 17 agosto 2005

Da Cesare a Marx

Lidia Lombardi

Che cosa si cela dietro il potere, la genialità, il coraggio? E si può vivere solo per il potere, la genialità, il coraggio? Dice di no Antonio Saccà, sociologo e scrittore, con questo suo «Vite private di uomini pubblici» (Di Renzo Editore) che scava nelle storie quotidiane, nei vizi di grandi personaggi. Sono biografie brucianti, che corrono appresso all’ansia di un Tolstoi geloso fino allo spasimo della moglie, di un Nietzsche irriso da Lou Salomè, di un Wagner che non s’acquietò con l’amore di Cosima, strappata a Liszt, ma che ancora cercava carezze di fanciulle.
Esemplare il ritratto di Giulio Cesare «marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti», come lo chiamavano con scherno per la sua omosessualità. Ma anche maniaco nell’insidiare le donne di altri, le donne sposate. Cleopatra sì, maritata al fratello Tolomeo. Ma poi Postumia, moglie di Servio Sulpicio, Lollia, moglie di Aulo Gabinio, Tertulla, moglie di Marco Grasso, Marzia, moglie di Pompeo. Lo spirito era quello della rapina, della conquista. E dietro quel correre appresso alle matrone, l’ossessione di voler amare una sola donna, la madre, quell’Aurelia che gli fu a lungo vicina. Un sogno svela a Cesare il senso di quell’idea fissa: si figura nel desiderio di possedere la Terra. Ovvero l’essenza femminile che genera, la madre appunto. «Cesare conquistatore è, prima di ogni altra conquista, il conquistatore della madre», annota Saccà, che usa una prosa gonfia di pathos in cui le frasi che si srotolano come onda dietro onda.
Nel segno della solitudine l’esistenza di Beethoven. Assenza di affetti e di parole, per quella sordità che quasi lo fece impazzire ma che liberò la sua fantasia di musicista, gli fece infrangere le formi tradizionali. Un solo legame, il nipote, rimasto orfano bambino e che Beethoven volle educare. Asfissiante, possessivo, vigilantissimo. Al punto di essere respinto con odio da quel ragazzo. Fu il suo cruccio più grande.