Secolo d’Italia, martedì 5 ottobre 2004, pag. 15, idee & immagini

«Dio e la sua ombra», il nuovo romanzo di Antonio Saccà

Dialogando con Gorgia

Mario Bernardi Guardi

«Raccontami: il mare siciliano è sempre blu e limpido come il palmo di una mano, e le colline verdi anche quando il sole inaridisce e gli aranceti scoppiano di frutta e i limoneti e le nere poppe delle viti sono colme come al mio tempo? E cantano gli uomini a sera tornando dal lavoro e le donne li aspettano alla soglia mentre gli odori dei cibi si allargano nelle piccole vie e i bambini sono ancora festosi e scuri e dagli occhi larghi? Il monte che si erge tra lava e fuoco e terribili tuoni e scotimenti che si propagano, sgomenta gli uomini vicini e distanti o se ne sta fermo nel cielo con la sua chioma bianca come un luogo di idee solitarie ed estranee agli uomini? E ancora, le navi solcano le belle acque per abbandonare con rimpianto la grande isola e recarsi nella nobile Grecia, luce della civiltà? La mia terra è la terra degli aranci, tu ben lo sai, venendo da quei luoghi».
Così parla Gorgia. Così Gorgia parla ad Antonio Saccà, e noi crediamo ai segni e ai significati di questo incontro. E di altri che lo scrittore racconta in “Dio e la sua ombra” (Di Renzo Editore). Perché questi colloqui, questi conversari saporosi di mille umori – c’è il miele della vitalità solare ed espansiva, e il fiele che ti avvelena la lingua e l’anima: e tuttavia senti che di tutti e due c’è bisogno perché tu, attraversano la gioia precaria del vivere, possa se non trovare risposte, rendere più raffinati e lancinanti i tuoi dubbi, e quasi fartene corazza aspra e veste morbida, piena di sinuose pieghe -; questi dialoghi amabili e amari, dove ci si affila i denti e ci si spolpa, l’esistenza, sono l’avventura-evento di uno spirito investigante. O, se si vuole, di un ex-travagante chierico che, andando su e giù per le memorie, e lì raccogliendo aure e tracce, tesse lo stratagemma del periplo oltremondano. Presentandoci “auctores”, ombre ora affabili, ora risentite, pronte comunque a donare nella tensione dialettica o anche in silenzio suggeritore, semenze di pensiero, magari col condimento dei nodi irrisolti e irrisolvibili. Saccà sa che è suo diritto-dovere cercare. E trovare, se può. O se il Dio a cui non crede – visto che nemmeno il Dio che ci presenta crede in sé -, vuole. Ma “per” lui o “contro” di lui? Perché il problema è questo. Quel che si scopre rende più ampio e potente il nostro respiro o ci strozza? E, del resto, nel “rivelare” – che pare confortante apertura, vista che si schiude, scoperta – non c’è forse l’ambiguo ammiccamento a un nascondimento nuovo? Dunque Saccà distribuisce miche sapienziali che sono, anche e soprattutto, mine vaganti: il piacere intellettuale del confronto – sempre, ad un tempo, incontro e scontro – approda ad un appagamento apparente: accetta la vita perché la vivi e dunque godine l’effimero profumo; accetta la morte finché fin che vivi lei ti è discosta; impara ad ammirare, dunque ad amare nella continua meraviglia, completamente accettandoti nella verità del tuo rapido passare, non mistificando, non occultando, non rifugiandoti né nell’illusione religiosa né in quella laica, ma di tutte le gioiose parvenze inebriati e fa che questo tempo sia “tuo”. E tuttavia Saccà è ben consapevole che questo non basta all’uomo che sta “dentro” l’esistenza: e che “non può” (e non vuole?) essere – disperatamente anela, anche quando distrugge fedi, valori e certezze a suon di folgori empie e irriverenti che non bruciano la fame metafisica (Nietzsche) o di ironiche malinconie miste a trasalimenti nostalgici (Leopardi). Saccà, fin da bambino frequentatore di ombre, dunque in confidenza con la Morte, perché in quel “paesaggio” abitava suo padre, chiama a raccolta lui e gli altri padri: li ha amati e li vuole rivedere, anche se tutti lo hanno deluso. Non poteva essere diversamente, del resto, perché né i distruttori né gli scavatori di abissi né coloro che dettero l’assalto al cielo e si sorpresero di non poterlo portare sulla terra hanno saputo (non hanno potuto) dare risposte convincenti e dilemmi cruciali. E cioè che fatalmente ti mettono in croce: e il tuo intelletto è lì che sanguina e chiede inutilmente ausilio.
Saccà ritrova, in una vallata serena ed erbosa che ricorda il limbo dantesco, gli spiriti magni cui attingere: il desiderio continua ad essere inesausto, anche se la vita è stata ben più che un maestro nel fecondare illusioni e delusioni. Saccà vuol parlare ancora: e non si sa se ciò avvenga in vista di un approdo, o per aver conferma che l’approdo non è in un “dover essere” dall’illimitata espansione, ma nella dura, cosciente persuasione della finitezza: gioia compiuta, forse, proprio per questo collocare nel finito la sede del desiderio e in essa e da essa trarre forme, odori, colori, emozioni e passioni.
Vengono a conversare le ombre, ognuna con lo stile che gli è proprio e Saccà gioca con queste forme del comunicatore che vanno dal lirismo effusivo di un Gorgia evocatore di suggestioni all’ispido e corrosivo – ma anche così tenero e indifeso – dialogare leopardiano. “Operette morali”, quelle del Recanatese, laddove di moralità non vi è segno e non si sa se Dio ci ha abbandonato perché sdegnato con noi oppure se un Demiurgo malvagio gioca con i nostri destini: ma morali, le operette, per lo sguardo chiaro e risolutamente virile posato sull’intreccio di mistificazioni, senza prestar orecchio a suggestioni di fuga. Perché sarebbe fuga dalla responsabilità del vivere, così come “ci tocca” vivere. Tutti hanno da dire e da donare miele e veleno: il filosofo, del resto, deve farlo per sovrabbondanza di energie. Così parla Eraclito: “ama l’istante e consideralo eterno e nello stesso momento liberati da esso che del resto si libererà di te”. Così parla Parmenide. “Tutto ciò che esiste, esiste eternamente, giacché se non esistesse eternamente morirebbe; ma se non morisse, l’essere diverrebbe nulla, e come può l’essere diventare nulla?”. Così parla Gorgia: “È la mente di ciascuno che dice che esiste Dio e quando pure dice che è stato un Dio a dirgli che esiste”. E a parlare ci sono anche la Morte e l’Essere e l’Individuo e la stessa Ombra di Saccà e Dio. La scena è un corteo di immagini pesanti: fantasmi che raccontano; voci che sono echi, parole che volano da bocche di spettri, tangibili però, perché suggestione e pensiero ci fanno “toccare”e “verificare” quel che sentiamo. Leopardi, Nietzsche, Marx si mescolano a Lucrezio e a Giulio Cesare, in un gioco di sentenze da tesaurizzare, cercando conciliazioni tra interdizioni ed esclusioni, con frecce appuntite che ti si ficcano nella mente: “Amare l’infelice. E perché non amare il felice? È un errore la felicità?”; “Se tu non mi ami perché sono felice, perché dovrei io amarti, essendo tu infelice?”; “È più arduo condividere l’altrui gioia che l’altrui dolore”.
Così parlò Zarathustra, eterno fanciullo crudele. Forse è lui il sorridente dèmone di Antonio Saccà.