Secolo d’Italia, giovedì 1° settembre 2005

Scenari: una nuova classe si sta facendo largo tra i giovani nel paese ex-comunista

Russia, la prima volta dei ceti medi

Antonio Saccà

Il rapporto della Russia odierna con l’epoca comunista non è semplice. Dire che la Russia è ancora comunista sarebbe falso come dire che la Russia è del tutto non comunista. Sia chiaro, la Russia non è più comunista da pochissimi anni, neanche venti, dopo esserlo stato per più di settant’anni. E non mutò regime per una sconfitta militare, anzi, quale paese comunista vinse la sfida più micidiale della sua feroce storia, contro i Teutoni moderni, i nazisti. Dunque, la Guerra patriottica, come la definiscono i russi, 1941/1945, è indelebilmente congiunta al comunismo. Anzi, a Stalin. E viene fuori il nome esecrato ma ancora oggi presentissimo specialmente a Mosca e, del resto, in tutto l’inesauribile paese. Che Stalin abbia usato il lavoro forzato schiavizzando milioni di uomini, incurante di come (non) riuscivano a sopravvivere è fatto conosciuto e mai risulterà adeguatamente dannato per la sua infamia antiumana. Si conosce meno quel che venne da questo lavoro forzato. Cose da restare annichiliti da un’orrida stupefazione, giacché mai possiamo né dobbiamo dimenticare che tali opere sono impastate di sangue di sventurati uomini sottomessi ingiustamente. I cinque canali che collegano Mosca ai mari, il lago artificiale Rybinski, grande come una regione italiana, le chiuse, i sette colossali edifici sempre a Mosca, le strade e i palazzi ciclopici, destano, anche oggi, una sgomentata impressione di potenza, e sono un niente rispetto a quel che veniva compiuto negli armamenti, giacché i sovietici si preparavano alla guerra che ritenevano certa, e all’edificazione di città, di ponti, di strade, e in tempi brevissimi, per mezzo, ribadisco, del lavoro forzato usato all’estremo, in ogni parte dell’Urss. Ancor oggi, Mosca è soprattutto la città di Stalin, tenuto conto che è, pure, una città millenaria. Dello stalinismo ha ricevuto lo stile architettonico, che, essendo “datato” e caratterizzato, ha significato espressivo, quale rappresentativo dell’epoca. Tutto ciò serve per capire la Russia odierna, o, meglio, direi: per tentare di capirla. È un tentativo discriminante, se verrà fuori qualche chiarimento la Russia sarà meno incompresa.
Questo estesissimo paese ignora la libertà liberale, l’iniziativa privata, la coscienza critica. Si può obiettare che vi furono grandi capitalisti, straordinari mercanti, uomini di finanza. ma un sistema liberale diffuso, popolare, un’economia di mercato a pieno regime in Russia ebbero sorte momentanea. Azzardo che il comunismo sovietico costituì il culmine d’una tradizione centralista, statalista, burocratica, anticapitalista quantunque furiosamente modernizzatrice. Oltre che terribilmente nazionalista. Il comunismo, diceva Elisa Sachespi, docente di lingua russa, in una delle conferenze tenute sulla motonave Kronstadt, di cui dirò, costituì per la Russia l’adempimento , fallito dai governi imperiali, della mitica Terza Roma, dopo l’antica Roma, sconfitta, e Costantinopoli, islamizzata. I fanatici comunisti d’origine russa, specialmente, furono certi che l’industrializzazione in modi violenti avrebbe strappato la Russia all’atavica denotazione contadina, l’avrebbe resa più moderna degli stessi paesi capitalisti. I massimi esponenti bolscevichi odiavano i contadini, li consideravano la pesante soma di ogni arretratezza e avversi del pensare in grande: sordidi, attaccati al “proprio”, piccolo borghesi al culmine, legati alla loro porzioncina di terra. Lenin, Trotzkji, Stalin, odiavano i contadini, ripeto; solo Bukarin resisteva, e venne ucciso per questo. Il comunismo bolscevico di fatto divenne una dittatura burocratico-industriale sui contadini, non soltanto, anche sugli stessi operai, ma in vista di una furibonda modernizzazione per fare di Mosca la Terza Roma. Dovrebbe essere più indagata come la tradizionale aspirazione di Mosca a diventare Terza Roma sia stata rifondata dai bolscevichi in concreto, con questo traendo migliaia, milioni di “credenti” nel primato della Russia...
Impossibile sperare di comprendere la Russia odierna se obliamo la Russia antica e la Russia bolscevica, non nel senso generico che occorre connettere passato a presente. Ma perché la Russia odierna, forse per la prima volta in modo continuativo, vorrebbe aspirare a una società senza scopi millenaristici, abbastanza liberale, alquanto liberista, in certa misura individualista, relativamente democratica. È una prospettiva che genera disorientamento. Il russo è stato sempre eterodiretto. Zarismo, Ortodossia, Comunismo, hanno rappresentato i soggetti dominanti di questa eterodirezione. Attualmente, se posso azzardare un’ipotesi da osservatore partecipante, come nelle ricerche antropologiche, la mentalità dei russi vive un’antitesi dirompente. sebbene noi consideriamo eccessiva la presenza dello Stato, molti russi, abituati al totalitarismo di Stato, per così dire, o allo Stato direttivo, ritengono che oggi in Russia non vi sia Stato o ve ne sia poco o malcerto. Questa opinione specialmente degli anziani, e l’ho palesata nella conversazione con Uranov Gennady. Il ritrarsi dello Stato dallo “stato sociale”, con delle recenti leggi, ha costituito una modificazione di mentalità dirompente, accennavo. Il russo conosce quanto i napoletani l’arte d’arrangiarsi. Essi sanno che sovente lo “stato sociale”, scuola, abitazione, servizi, salute, è pura astrazione, ma la concezione anglosassone del provvedere a sé appare al russo inaccettabile, un vero tradimento nei riguardi dei cittadini. Alcuni anni fa, parlando con Aleksandr Jakovlev, l’artefice, con Michail Gorbaciov, del mutamento dal comunismo, egli mi dichiarava che in Russia manca la “società civile”. Solo il Prinicpe Stolypin, cent’anni fa, avrebbe tentato di costituire un ceto medio. Ecco il punto decisivo, che i russi stessi non colgono. Anche se lo Stato in Russia controlla l’economia in modalità che a noi sembrano invadenti, ma è questione su cui è meglio sospendere il giudizio, ora mi pare che oscuramente, tortuosamente, con inceppi, burocrazia, corruzione, si sta operando una vera rivoluzione: l’individuo che conta su se stesso, si autodirige, accetta il rischio della precarietà. E non è l’arte d’arrangiarsi, è già imprenditorialità. Forse obbligata, un fare di necessità virtù, ma non è che da noi molte microimprese non nascano per virtù della necessità: non si trova lavoro e si mette su un negozietto!
Ho avuto l’occasione, è quel che scrivo mi viene da tale fortunata circostanza, di viaggiare sulla Motonave Kronstadt insieme a molti giovani, giovanissimi russi, oltretutto coinvolti, per iniziativa di Antonio de Bianchi, direttore di crociera, e di Elisa Sachespi, che lo coadiuvava, in conversazioni, dibattiti, presentazioni di libri, tra cui il mio recente “Vite private di uomini pubblici” [Di Renzo Editore], che tratta anche autori russi, e la rivista di geopolitica “Imperi” diretta da Aldo Di Lello. Il pubblico era italiano, russo, spagnolo, portoghese. Ebbene i giovani russi, non so se per necessità o scelta, insisto, “volevano” una società in cui ciascuno tenti la sua sorte, autodiretta. E sono giovani che svolgevano attività breve sulla Motonave, laureati, con la prensilità linguistica tipica dei russi, e degli slavi. Elena, che avrebbe dovuto fare ventotto ore di viaggio in treno per tornare a casa, da San Pietroburgo ai confini dell’Ucraina, mi confidava di sue amiche le quali erano andate negli Stati Uniti a cercare occasioni di miglior vita, ma lei no, e lo dichiarava con passione, sarebbe vissuta in Russia, avrebbe cercato di far qualcosa per il suo paese, pur consapevole che, forse, all’estero avrebbe avuto migliori condizioni; la giovanissima Katia, di San Pietroburgo, manifestava un certo orgoglio culturale nei confronti della Russia, ed è un aspetto considerevole: molti russi, anche giovani russi, hanno una sorta di venerazione per la cultura, e in specie, per l’arte, si che, nel valutare gli Stati Uniti, eterno punto di riferimento, mantengono le medesime riserve di noi europei. Katia vuole lei pure lavorare in Russia e per la Russia. E, come Elena, valorizzare la cultura, dicevo. Anche Boris, con il quale ho svolto un incontro pubblico sul futuro della Russia, pur tra le cautele e le incertezze, ritiene, innanzitutto, che il suo paese non tornerà comunista, che il capitalismo si svilupperà, ma dovrà difendersi dalla rapacità straniera, oltre che dei “nuovi ricchi” locali, e che i giovani, vivono, certo, nell’instabilità del farsi da sé, ma è pur sempre una situazione che gli sembra, in ogni caso, preferibile alla “sicurezza” del totalitarismo. Da considerare, in ciò che diceva Boris, come sia difforme la percezione degli stessi eventi. Per la più gran parte dei russi lo stimato, da noi, Gorbaciov, è ritenuta una figura disastrosa, come politico sullo scenario internazionale e soprattutto in economia interna, o peggio, Eltsin, con il quale la corruzione e la svendita agli stranieri giunse al massimo del peggio.
Colloqui ne ebbi a decine. Spero sia chiara una realtà assai precisabile: forse per la prima volta, ribadisco, la Russia sta inoltrandosi nella società che chiamiamo di ceto medio, con le caratteristiche di tale ceto: iniziativa, intraprendenza, autodirezione. Siamo troppo attenti ai “nuovi ricchi” o alle decisioni della presidenza, ma le evoluzioni sociali avvengono sempre in modo invisibile e “altrove”. Chi rivela in modo appropriato che, poniamo, il vero “terrorismo” islamico è di natura demografica e sarà quello che assicurerà all’Islam il probabile vantaggio in Occidente? Chi sta scorgendo questi milioni di giovani russi intraprendenti, con mentalità internazionale, di magnifica fisicità, multilinguisti, pronti a farsi spazio senza tutela, sia pure per necessità? Eppure è questo il fenomeno realmente nuovo della nuova Russia.