Il Giornale d’Italia, giovedì 27 ottobre 2005, pag. 12

Vite private di uomini pubblici

Mario Scaffidi Abbate

Quante vite in una stessa vita! Si può dire che ciascuno di noi se le porti dentro tutte. Il nostro inconscio è come un’immensa biblioteca, dalla quale non riusciamo a tirar fuori che qualche libro, qualche storia, ed è naturale che sia così, altrimenti sarebbe la follia. Com’è accaduto a Nietzsche, che impazzì proprio perchè alla fine non ce la fece più a contenere tutte quelle voci che si agitavano dentro di lui, come nell’immane travaglio di un impossibile parto, liberatorio e sublime. ora era la voce di Dioniso, che chiamava la sua Arianna (Cosima Wagner) perché l’aiutasse a sbrogliare la matassa intricata della sua pazzia, ora era quella di Prado, di Fernando di Lessep, di Gesù Cristo. E con questi nomi Nietzsche si firmava nelle sue ultime lettere.
Fin dalla prefazione queste Vite private di uomini pubblici di Antonio Saccà avvincono e infiammano l’animo del lettore, che vede via via sbalzare dalla pagina (come fa il sul metallo il cesellatore) i personaggi, uno dietro l’altro, in una sintesi rapida ed efficace, già carica d’immagini e di considerazioni. “Di questi uomini, e delle multiformi vicende di ciascuno” avverte l’Autore, “ho sentito di voler scrivere. Per accrescimento di vita mediante la loro vita. E immedesimazione nell’umano oceanico privato di essi”. Anche Plutarco dice di aver cominciato a scrivere le Vite parallele non tanto per utilità degli altri quanto per la sua. E come Plutarco anche Saccà, più che illustrare le vicende pubbliche, le opere dei grandi personaggi presi in esame, si sofferma su particolari rivelatori del loro carattere, convinto che le virtù e i vizi degli uomini si manifestano soprattutto nei fatti piccoli e privati, in una frase, in uno scherzo. Del resto il biografo è un po’ come il ritrattista, che cura il particolare degli occhi e della loro espressione più del resto del corpo, perché ritiene che quel particolare riveli maggiormente l’animo di una persona.
Nell’indagare il carattere dei suoi personaggi Antonio Saccà parte dall’amore, rilevandone tutte le sfaccettature, come dichiarano anche i sottotitoli (L’amore romano, L’amore nel sottosuolo, Amore e morte, Schiavo d’amore e così via). Nessun uomo, egli scrive, neanche il più spietato, “riesce ad armarsi contro la indispensabilità di un sorriso, la pena di una mancanza, il colpo di un abbandono, la gioia di una vicinanza”. L’amore è forse la principale fra le tante chiavi di accesso al carattere dei personaggi, se è vero, come dice Lucrezio, che l’Amore solo governa l’intero universo e senza di lui nec quicquam dias in luminis oras/exoritur, neque fit laetum neque amabile quicquam. L’Amore è la spinta di tutto, sia che si manifesti come sentimento o bisogno sessuale, sia che si esprima come ambizione di gloria, politica, artistica, letteraria e così via, si addirittura, che esploda nella forma dell’odio e della morte: “Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte/ingenerò la sorte”, dice Leopardi, e Saffo col suo odi et amo ci offre la più alta testimonianza del legame che unisce e rende “quasi conflati insieme” i due sentimenti (che solo sul piano dialettico – come il bene e il male – sono contrapposti). Omnia vincit amor, et nos cedamus amori, dice Virgilio. Così l a vita intima ed erotica di Cesare non può essere disgiunta dal suo bisogno e della sua conquista del potere: esempio classico di quel grande “guazzabuglio” che è l’animo umano. Cesare, scrive Saccà, sognava di violentare la propria madre, ma non potendo possederla si volse alla conquista della Terra, che è la madre di tutti gli uomini. Le vittorie militari e politiche di Cesare non furono che altrettanti possessi della madre. E non è un caso che questa galleria di personaggi si apra e si chiuda con l’immagine dell’amore filiale (e materno insieme): anche Nietzsche, infatti, alla fine, trova pace e conforto nell’amore della madre: “Non più la cinica Lou Salomè, non più la vestale Cosima Wagner, bensì la madre... Solo la madre gli restò fedele, solo alla madre egli restò fedele. ma per tornare alla madre dovette impazzire, cancellare l’ideale femminile, fallire con le donne”. L’amore, tutto l’amore, in questo ricco e prezioso volume: da quello platonico di Dante, che trema di un “mirabile tremor” di fronte all’angelica Beatrice, a quello “nel sottosuolo” di Dostoevskij (il quale più di ogni altro provò “a che può giungere l’uomo, quale bestia e quale santo”); da quello incestuoso di Byron per la sorellastra a quelli maschili, ma puri, di Wagner (per Luigi II, da cui il grande musicista si recava “come dall’amata”, e per Nietzsche, che, “chiamato all’università di Basilea, fece ventitré visite a Wagner, finendo con l’amare non solo Wagner ma pure Cosima”). E con gli amori, più che le gioie, i dolori, i tormenti: di Tolstoi, che fra le tante sue pene ebbe a patire anche l’ossessiva gelosia della moglie, la quale non tollerava che il marito pensasse ad altro che non fosse lei, soltanto lei, di Beethoven, tormentato da un amore asfissiante e possessivo per un nipote a cui si ostinava di voler fare da padre e che invece di ricambiarlo lo fuggiva, arrivando persino a schiaffeggiarlo, di Nietzsche, deriso da Lou Salomè. Sfilano così, in questa mirabile e suggestiva galleria, coi loro amori, le loro grandezze e le loro debolezze, gli “uomini pubblici” di Antonio Saccà. Il quale trova spazio anche per riflessioni alte e profonde, come quando dice, per esempio, che la libertà politica “non è affatto la sola libertà, se manca l’ardimento di vivere”. È raro leggere una storia interamente, dalla prima all’ultima riga (almeno per chi è portato a saltare i particolari superflui, che spesso suonano come un riempitivo o uno sfoggio di erudizione). Ebbene, in queste Vite non c’è una sola riga superflua, ogni storia ti afferra, ti conquista, ti riempie, tanto è piena di pathos, di notizie, di particolari indispensabili e spesso inediti o noti a pochi; e alla fine, pur nella sua brevità (in media una quindicina di pagine ciascuna), ognuna di esse lascia più che appagati e soddisfatti. Ma anche pervasi da una certa sofferenza per la partecipazione con cui è stata vissuta: dall’Autore e dal lettore. “Che strana la vita umana, individualità senza le quali la nostra avventura terrena sarebbe spoglia, individualità grandiose, copiose, tessute da vastissima animazione, echi della natura, natura essi stessi... In taluni c’è, poi, come una tensione all’autoperfezionamento, un perpetuo sentimento di non fare o di far poco o di far male, un rovello di superarsi che rendono difficoltosi i rapporti con gli uomini, i quali, di solito, s’appagano di quel che sono, anzi avversano chi indica loro una misura che sanno di non raggiungere”.