la Meta sociale, lunedì 25 luglio 2005, pag. 12

Il libro di Antonio Saccà ripercorre il lato meno conosciuto della vita dei grandi del passato

Il motore più intimo che muove la storia

Mario Scaffidi Abbate

Fin dalla prefazione queste Vite private di uomini pubblici di Antonio Saccà avvincono e infiammano l’animo del lettore, che vede via via sbalzare dalla pagina (come fa sul metallo il cesellatore) i personaggi, uno dietro l’altro, in una sintesi rapida ed efficace, già carica d’immagini e di considerazioni. “Di questi uomini, e delle multiformi vicende di ciascuno”, avverte l’Autore, “ho sentito di voler scrivere. Per accrescimento di vita mediante la loro vita. E immedesimazione nell’umano oceanico privato di essi”. Anche Plutarco dice di aver cominciato a scrivere le vite parallele non tanto per utilità degli altri quanto per la sua. E come Plutarco anche Saccà, più che illustrare le opere dei grandi personaggi, si sofferma su particolari rivelatori del loro carattere, convinto che le virtù e i vizi degli uomini si manifestano soprattutto nei piatti piccoli e privati, in una frase, in uno scherzo.
Nell’indagare l’animo dei suoi “uomini pubblici” Antonio Saccà parte dall’amore, rilevandone tutte le sfaccettature. nessun uomo, egli scrive, neanche il più spietato, “riesce ad armarsi contro la indispensabilità di un sorriso, la pena di una mancanza, il colpo di un abbandono, la gioia di una vicinanza”. L’amore è forse la principale fra le tante chiavi di accesso al carattere dei personaggi, se è vero, come dice Lucrezio, che l’Amore governa l’intero universo. L’Amore è la spinta di tutto, sia che si manifesti come sentimento o bisogno sessuale, sia che si esprima come ambizione di gloria, politica, artistica, letteraria e così via, sia, addirittura, che esploda nella forma dell’odio e della morte. Omnia vincit amor, et nos cedamus amori, dice Virgilio. Così la vita intima ed erotica di cesare non può essere disgiunta dal suo bisogno e dalla sua conquista del potere: tipico esempio di quel grande “guazzabuglio” che è l’anima umano. Cesare, scrive Saccà, sognava di violentare la propria madre, ma non potendo possederla si volse alla conquista della Terra, che è la madre di tutti gli uomini. le vittorie militari e politiche di Cesare non furono che altrettanti possessi della madre. E non è un caso che questa galleria di personaggi si apra e si chiuda con l’immagine dell’amore filiale (e materno insieme). anche Nietsche, infatti, alla fine, trova pace e conforto nell’amore della madre: “Non più la cinica Lou Salomè, non più la vestale Cosima Wagner, bensì la madre... Solo la madre gli restò fedele, solo alla madre gli restò fedele. Ma per tornare alla madre dovette impazzire, cancellare l’ideale femminile, fallire con le donne”.
L’amore, tutto l’amore, in questo ricco e prezioso volume. da quello platonico di Dante, che trema di un “mirabile tremore” di fronte all’angelica Beatrice, a quello “nel sottosuolo” di Dostoevskij (il quale più di ogni altro provò “a che può giungere l’uomo, quale bestia e quale santo”); da quello incestuoso di Byron per la sorellastra a quelli maschili, ma puri, di Wagner (per Luigi II, da cui il grande musicista si recava “come dall’amata”, e per Nietzsche, che, “chiamato all’università di Basilea, fece ventitré visite a Wagner, finendo di amare non solo Wagner ma pure Cosima”). E con gli amori, più che le gioie, i dolori, i tormenti: di Tolstoi, che fra le tante sue pene ebbe a patire anche l’ossessiva gelosia della moglie, la quale non tollerava che il marito pensasse ad altro che non fosse lei, soltanto lei: di Beethoven, tormentato da un amore “asfissiante, vigilantissimo, gelosissimo, sommamente possessivo” per un nipote a cui si ostinava di voler far da padre, e che invece di ricambiarlo lo fuggiva, arrivando persino a schiaffeggiarlo; di Nietsche, deriso da Lou Salomè. Sfilano così, in questa mirabile e suggestiva galleria, coi loro amori, le loro grandezze e le loro debolezze, gli “uomini pubblici” di Antonio Saccà. Il quale trova spazio anche per riflessioni alte e profonde, come quando dice, per esempio, che la libertà politica “non è affatto la sola libertà, se manca l’ardimento di vivere”.
È raro leggere una storia interamente, dalla prima all’ultima riga (almeno per chi è potato a saltare i particolari superflui, che spesso suonano come un riempitivo o uno sfoggio di erudizione). Ebbene, in queste Vite non c’è una sola riga superflua, ogni storia ti afferra, ti conquista, ti riempie, tanto è piena di pathos, di notizie, di particolari indispensabili e spesso inediti o noti a pochi; e alla fine, pur nella sua brevità (in media una quindicina di pagine ciascuna), ognuno di queste vite lascia più che appagati e soddisfatti. ma anche pervasi da una certa sofferenza per la partecipazione con cui è stata vissuta: dall’Autore e dal lettore. Antonio Saccà: VITE PRIVATE di uomini pubblici – Di Renzo Editore, Roma