Gazzetta del Sud, giovedì 10 marzo 2005

Atipico testo narrativo di Antonio Saccà

Incontri immaginari con le grandi ombre

Francesco Bonardelli

Di Antonio Saccà – raffinato interprete del pensiero filosofico e sociologico contemporaneo – esce presso la Di Renzo Editore di Roma Dio e la sua ombra, un testo narrativo apparentemente «fuori serie» nell’opera sua intellettuale, densa di manuali e biografie e arricchita dagli interventi occasionali su questa stessa pagina. Un viaggio nel regno dell’Oltretomba, una prosa di evidenti influenze culturali dei classici latini, una narrazione fra autobiografia e critica, racconto riflesso e interpretazione.
Ma del romanzo breve comunemente inteso, Dio e la sua ombra sconvolge immediatamente gli schemi: accompagnando con didascaliche evasioni dalla trama il lettore nel difficile cammino della conoscenza. Affidata al padre mai conosciuto fisicamente, culturalmente e soprattutto affettivamente identificato. Nei riferimenti privilegiati di una vicenda d’uomo e di studioso, sempre tormentata dal sofferto e provvisorio approdo della ricerca.
Dunque ombre; che ascoltano, parlano, rispondono, a volte interrogano. Senza interagire fisicamente con l’autore, ma con lo stesso stringendo dialettiche essenziali di comune tensione alla conoscenza. Ci sono Eraclito, Parmenide, Gorgia; ci sono poeti latini, c’è Lucrezio in testa, e c’è anche Giulio Cesare. E poi Marx, Leopardi, Nietzsche; fino all’ultimo – ma primo – referente di tutto il tempo dell’incontro. Sempre il padre, e sempre l’angoscia di non averlo potuto stringere fra le braccia prima che ombra – e per sempre – diventasse.
C’è così nella prosa di Saccà un rimando costante tra malinconia e ansia di sapere; tra cenni d’essenziale autobiografia e passioni pressoché infinite per gli umani vertici dell’arte e del pensiero; per i protagonisti di una storia, che è insieme storia personale dell’autore e storia di un’idea multiforme e senza tempo espressa dagli esisti migliori, dell’umano. A cui da autore lo studioso sempre si riferisce, mai perdendo di vista la natura provvisoria d’ogni evento. E anzi, esaltando proprio della condizione terrena quella meravigliosa precarietà ispiratrice, se non artefice, degli esiti migliori. Le ombre sì, come la morte. «Ma – precisa Saccà – ho voluto andare tra le ombre non per attestare la morte, bensì per riportare in vita chi non era più in vita... la vita è al di là della morte e della non conoscenza delle nostre ragioni». Difficile affermare una religiosità laica del racconto; e non piuttosto una difficile, tormentata e assolutamente soggettiva riflessione religiosa.
Lascia in questo autore, lo spazio necessario di libertà al lettore; per non accedere proprio in quella funzione di guida, che la tradizione letteraria stessa dei viaggi nell’ultraterreno ha condotto agli eccessi, fino a limitare le opportune libertà d’approccio critico, utili non tanto al giudizio, quanto alla comprensione. Sulla quale molto si spende, il lavoro anteriore certamente intenso di Saccà: «Ho voluto rivedere e ricordare chi ho amato», scrive in premessa. Ma subito si preoccupa di non esitare sugli eccessi di soggettività, intessendo la narrazione di elementi da ormai poco frequentata oggettività intellettuale. E di contro non trascurando vicende individuali, familiari che danno conto di un complesso itinerario di vita, in cui la figura al contempo presente e assente del padre svolge un ruolo fondamentale.
«Stavolta – narra – cercai assolutamente colui che per tutta la vita, da quando ero fanciullo e ancora oggi, colui che perennemente, irrimediabilmente mi aveva fatto originare questa visione di un mondo di ombre, colui che, non avesse avuto il fato che ebbe, avrebbe impedito che io concepissi l’idea di un aldilà...». Torna, la funzione della ricerca di un possibile riferimento: religioso personale, collettivo. Ma tornano anche le meditazioni, e quindi i continui rimandi di dubbi, dei riconosciuti maestri di Saccà. Filosofi e posti, o gli uni e gli altri assieme, per tentare di cogliere laddove possibile il seme di un approccio all’eternità di fatto considerato illusorio.
Negli esiti dell’umana razionalità; non nei personali rapporti di reciproco arricchimento e completamento. Senza distinguere fra sentimenti, intelletto, presenza fisica e riferimento morale. Che per l’autore fanno tutt’uno con quell’immagine presente, da sempre e per sempre, del padre e del suo ruolo via via assunto dai maestri di un’umanità spesso distratta, e poco incline a cogliere persino il senso della necessità di una guida.