Gazzetta del Sud, 5 novembre 2004

Dialoghi filosofici con grandi ombre

Giorgio Carpaneto

È uscito per la Di Renzo Editore il volume di Antonio Saccà «Dio e la sua Ombra»; il testo raccoglie dialoghi tra l’autore ed i personaggi amati nella giovinezza e che da tempo sono Ombre.
Da Permenide a Eraclito a Lucrezio a Leopardi a Nietzsche, è un percorso della memoria, della formazione culturale e dell’amore per i «Padri».
L’autore, Antonio Saccà, è nato in Sicilia. Vive a Roma dove è stato docente di sociologia e ricerca sociale dell’Università «La Sapienza». Attualmente è presidente dell’Università del Duemila. Ha pubblicato opere di saggistica, di narrativa, di poesia. Più dettagliatamente, nel volume «Dio e la sua Ombra», l’autore racconta che quando era bambino, la madre per fargli capire che il padre era scomparso e che egli non lo avrebbe mai veduto, inventò, appena cominciò a richiederlo, che il genitore sostava in un lontanissimo regno delle ombre con altre innumerabili ombre e che da quel fantasticato luogo lo guardava e lo proteggeva.
Il bambino cresce all’ombra del padre e divenuto adolescente, giovane, uomo, conoscendo artisti, filosofi, condottieri li considera tanti padri possibili e li ama come padri. Per rivivere quell’amore, forse sogna, forse pensa, ormai adulto e disilluso, un viaggio nel Regno delle Ombre, in tal modo ripetendo la gioia dell’adolescenza quando si immedesimava in quegli uomini, in tal modo ripetendo la gioia di vivere, prima che sia tardi per poter ripetere ancora la vita. E non solo ombre degli uomini incontra il viaggiatore, ma ombre inconsuete e perfino inconcepibili: l’ombra di Dio, che gli rivela come Dio è soltanto un nome; l’ombra dell’Essere, che ignora se è l’Essere o «un» essere; l’ombra del Destino, che non conosce il futuro; l’ombra dell’individuo in quanto tale, che patisce i limiti del singolo; l’ombra della Signora Morte, che gli suggerisce di amare la vita; l’ombra Personale, che lo consiglia di fuggire le ombre. Ma è il padre naturale, suo padre, il padre suo tragicamente negato al mondo che l’autore vuole incontrare e incontra. E il padre gli affida una missione sacra e implacabile.
Il testo di Saccà ha una scrittura esemplare, sui modi classici dei dialoghi. Nessuna imitazione piuttosto una rinascita delle conversazioni «antiche», con un’abilissima capacità di cambiare rotta nella conversazione per le aggiunte vicendevoli degli interlocutori. Imprevedibilità dei dialoghi inoltre non ha alcunché di arbitrario ma è propria dei «personaggi». Ad esempio, in effetti come chiedere alla morte qualcosa sull’aldilà se la morte si ferma alla morte? E chi è più infelice dell’individuo che sa di essere soltanto un individuo?!
Alla sostanza questi dialoghi sono anche una vera e propria filosofia, ma accennata, una filosofia come può esserlo in un epoca non disposta alla pesantezza. Ma la leggerezza non è mai superficialità, lo sappiamo.