Il Tempo, martedì 5 ottobre 2004

Da Eraclìto a Dio: Saccà in cerca della vera guida

H.G.

A CONOSCERLO Antonio Saccà è un uomo buono, un sociologo ferrato, un intellettuale generoso e idealista, un gaudente delle multiple lusinghe dell’esistenza: ma è soprattutto un uomo buono. C’ha una fuga d’affetti, una tenerezza dentro di sé, fino al fondo, che pare di bambino: di bambino indifeso, non ostante abbia l’uomo l’aspetto vasto d’un burocrate al top, o diciamo d’un contadino avvezzo alle più riarse fatiche dei campi....
Ci si potrebbe domandare perché questo cuore così fragile in un «sapiente» turrito, in un accademico la cui ideologia poggia sulle certezze della civiltà classica: sui saldi pilastri della tradizione umanistica nel proprio fulgore. Una risposta può giungere dalla lettura del suo ultimo libro: «Dio e la sua ombra» (Di Renzo Editore, 94 pagine, 9 euro) ove l’autore si cimenta in una serie d’immaginarî dialoghi con spiriti magni: dall’igneo Eraclìto al sofista Gorgia, da Lucrezio a Leopardi, da Giulio Cesare a Marx e a Nietzsche: ed a Dio. Non è un giuoco da salotto, un divertissement libertino, quello di Saccà, bensí un’esigenza radicale che gli cova fin nei penetrali. Non avendo mai conosciuto il padre, morto prima della sua nascita, la sua vita interiore è sempre stata ansimata da quella formidabile presenza-assenza, da quella ricerca ardita e ardente della figura-guida, senza la quale la vita sembra azzopparsi e ammalarsi dietro il risibile palcoscenico delle parvenze: dietro il traffico caotico dei larvali accidenti. La madre gli fece da padre; poi, quelle ombre anche. Ma surrogati, che in luogo di placare un’assenza, l’hanno ferita, agitata, eccitata. Saccà sa che la cultura partecipa dell’essere ma che gli esseri non sono cultura: non sono null’altro che sé stessi: insostituibili ed elusivi. I libri sono favole malriuscite, le idee fenditure tossiche nel cervello, l’amore dei sensi un digestivo a stomaco vuoto, Dio l’imperatore e nocchiero delle ombre. Non c’è nulla se non la nostra insufficienza, le nostre manchevolezze che spudoratamente necessitano di quel balsamo supremo che troviamo riflesso in ogni vuoto, in ogni non-essere, in ogni negazione, nel nulla. Abbiamo bisogno di ciò che ci manca né mai possiamo avere. Donde l’acre dignità ed insieme l’incommensurabile miseria dell’uomo, che sopravvive grazie all’arbitraria fede nel vivere.