Jekyll, Giornale del Master in Comunicazione della Scienza - Sissa - Trieste dicembre 1999

Dennis W. Sciama, in memoriam

Fabio Pagan

Aveva un nome quasi profetico, Dennis William Sciama, il famoso cosmologo inglese deceduto il 18 dicembre a Oxford, che dal 1983 dirigeva la sezione di astrofisica della Sissa. Di ascendenze mediorientali (il nonno paterno veniva da Aleppo di Siria, la madre era nata al Cairo), il suo nome in origine suonava Shamah, ovvero "colui che guarda". E Sciama per mezzo secolo ha guardato e scrutato l'universo attraverso i suoi calcoli e le sue teorie.
Era nato il 18 novembre 1926 a Manchester. Fin da ragazzino era appassionato di scienza, come racconta in un volumetto autobiografico, Questo bizzarro universo, uscito un paio d'anni fa per Di Renzo Editore. Vincendo il disappunto del padre, che voleva coinvolgerlo nell'azienda tessile di famiglia, si iscrisse così al prestigioso Trinity College di Cambridge, dove venne affidato a Paul Dirac, uno dei padri della meccanica quantistica, Nobel per la fisica nel '33, scienziato geniale, uomo singolare e taciturno. "Ero affascinato dai problemi della gravitazione, della relatività, della cosmologia", racconterà in seguito Sciama. "E Dirac fu importante per la mia formazione. Anche se per la verità non mi aiutò molto per la mia tesi". Ma si vantava di aver seguito anche un corso tenuto da Ludwig Wittgenstein, ricavandone un "interesse amatoriale" per la filosofia che influenzerà il suo lavoro scientifico.
Decisive, negli anni di Cambridge, furono comunque le lunghe discussioni notturne con Bondi, Gold e Hoyle, i "padri" dell'universo stazionario, la teoria cosmologica allora in voga che voleva un cosmo senza inizio né fine e che esercitava su Sciama un forte appeal estetico. Ma quando, nel 1965, venne scoperta la radiazione di fondo che permea tutto l'universo, Sciama fu tra i primi ad abbracciare la teoria del Big Bang. Perché quella radiazione non poteva venire spiegata altro che come il residuo della spaventosa energia liberata nel "grande botto" che originò lo spazio e il tempo e che oggi si fa risalire a 12-15 miliardi di anni fa.
Ottenuto il Ph.D. nel 1953, Sciama iniziò un itinerario scientifico che lo condusse dapprima negli Stati Uniti, all'Istituto di studi avanzati di Princeton, dove ebbe la ventura di conoscere Albert Einstein poco prima della morte (e il racconto di quella visita che il giovane e tremebondo astrofisico fece al "grande vecchio" della relatività era uno dei gustosi aneddoti che Sciama amava rievocare, imitando il marcato accento tedesco di Einstein). Poi eccolo di nuovo in Inghilterra, al King's College di Londra, e, dal 1970, con un incarico di insegnamento all'All Souls College di Oxford. Inframmezzando lunghi soggiorni negli Stati Uniti: Harvard, Cornell, l'Università del Texas a Austin.
Accanto a lui c'era sempre la moglie Lidia Dini, veneziana, antropologa sociale, conosciuta nel 1959 durante un party a Gerusalemme quando Sciama frequentò per alcuni mesi l'istituto Weizmann e dalla quale ha avuto due figlie: Susan (pittrice) e Sonia (psicologa).
La spola tra la casa di Oxford e la casa di Venezia cominciò a includere periodiche puntate a Trieste quando a Sciama venne offerta la direzione della sezione di astrofisica della Sissa. Un incarico mantenuto fino a un anno fa. Quando Dennis era alla Sissa o al Centro di fisica teorica, lo si incontrava facilmente in biblioteca o al bar, intento al rito pomeridiano del tè e della lettura del Times, o mentre prendeva il caffè discutendo con i suoi studenti e i colleghi più giovani. L'ultima volta che venne alla Sissa è stato a fine novembre. Soffriva di un malessere misterioso, ma nessuno immaginava che un tumore maligno fosse in agguato. Gli allievi di Trieste hanno costituito la terza generazione dei suoi studenti, dopo quelli di Cambridge e di Oxford. Sciama è stato infatti un grande maestro di scienza. A Cambridge fu supervisor di Stephen Hawking, e fu anche merito suo se il giovane Hawking seppe reagire alla crudele paralisi progressiva che da tempo lo inchioda su una sedia a rotelle, obbligandolo a parlare attraverso il sintetizzatore vocale d'un computer. E tra i fisici da lui ispirati vi sono molti nomi illustri: John Barrow, Brandon Carter, George Ellis, Roger Penrose, Martin Rees. Un "albero genealogico" prestigioso e affollatissimo, i cui membri si erano dati appuntamento nel marzo del '92 proprio alla Sissa per celebrare i 65 anni di Sciama con una grande conferenza su "Il rinascimento della relatività generale e della cosmologia".
Il carisma scientifico e didattico di Sciama si ritrova anche nei suoi libri divulgativi, che evitano ogni concessione al sensazionalismo cosmologico: L'unità dell'universo, La relatività generale, Cosmologia moderna (tutti pubblicati anche in Italia) e i recenti The Thermodynamics of Black Holes, scritto con Derek Raine, e Modern Cosmology and the Dark Matter Problem.
Due teorie soprattutto restano legate al nome di Dennis Sciama. La prima è quella del ruolo dei neutrini in cosmologia come potenziali costituenti della materia oscura. Sciama ipotizzava che i neutrini primordiali formatisi immediatamente dopo il Big Bang decadessero in neutrini più leggeri e in fotoni altamente energetici, responsabili della formazione dell'idrogeno ionizzato osservato nell'alone delle galassie. E sperava che la "firma" di questi fotoni potesse venire identificata da un mini-satellite spagnolo messo in orbita nel 1997. Ma così non è stato. E Sciama si è visto quindi costretto a ripensare alla sua ipotesi, esponendone una nuova versione giusto un mese prima della morte.
L'altra grande teoria di Sciama è quella dei multi-universi, una teoria metafisica che cerca di risolvere con una fuga in avanti l'imbarazzo del principio antropico. Spiegava Sciama, con quella sua vibrante voce da attore che ne faceva uno splendido oratore e conferenziere: "L'universo che conosciamo è in sintonia con la nascita della vita, con l'evoluzione dell'uomo e della sua intelligenza. Tutti i parametri cosmologici, astronomici, fisici e chimici ci appaiono finemente modulati in funzione della nostra specie. Il caso? La mano di Dio? Io preferisco credere che il nostro sia soltanto uno degli infiniti universi esistenti, ciascuno con caratteristiche sue proprie e inaccessibili tra loro. In questo universo si è formato l'uomo. In altri universi, forse, esistono creature diversissime da noi. Come altrimenti è possibile pensare che regole fisiche e matematiche semplici e fondamentali, pur non avendo nulla a che fare con la mia esistenza, possano condurre alla mia persona?".