Gli uomini e le scimmie secondo Desmond Morris

Antonio Saccà

Il volumetto: “Linguaggio muto - L’uomo e gli altri animali” pubblicato dalla Di Renzo Editore, il cui testo è scritto da Desmond Morris, si fa, come si dice, leggere. Scorre, proprio scorre, è scorrevole, interessante, non perde mai l’orientamento o se divaga, divaga opportunamente per arricchimento non per distrazione inconcludente. Il capo al cui filo si lega l’intero discorso di Morris è il comportamento, quello degli animali e quello degli uomini. Morris si ispirò all’olandese Niko Tinbergen e successivamente a Konrad Lorenz . Tinbergen e Lorenz furono, come sappiamo, i fondatori dell’etologia, quella scienza ipotetica, come del resto sono tutte le scienze, la quale studia gli animali non dal punto di vista umano cioè alla maniera dell’antropomorfismo, ma nella maniera del teriomorfismo, vale a dire l’animale in quanto tale, dal punto di vista dell’animale. Anche in antropologia culturale esiste la medesima tendenza, quella di non studiare i popoli arcaici dal nostro punto di vista ma dal loro punto di vista e in genere le civiltà ciascuna per quel che è non per quel che noi vorremmo che fosse o in comparazione con noi. È una posizione che può portare ad un relativismo nichilista addirittura o ad una delle massime presunzioni degli uomini, quella di presumere di interpretare gli altri per come gli altri sono, dimenticando che siamo noi a interpretarli. Quindi una forma mascherata di antropomorfismo che ritiene di non esserlo. Lasciamo questa discussione di ordine generale e veniamo alla successione degli studi di Morris. Morris comprende che così come studiamo gli animali nel loro ambiente e dal loro punto di vista, immedesimandoci in essi, possiamo fare lo stesso con gli uomini, vale a dire possiamo fondare una etologia umana, sugli uomini. E infatti, perché non studiare i comportamenti degli uomini nell’ambiente in cui essi vivono e cercandone le motivazioni, le correlazioni, la ragion d’essere? Nasce così una delle opere più celebri della cultura antropologica recente, “La scimmia nuda”, vale a dire l’uomo, che sarebbe una scimmia nuda. Successivamente Morris si dedica ai gesti, al linguaggio gestuale. Pure in ciò ha colto una situazione reale. L’uomo non parla soltanto con la parola, è vero che l’uomo si differisce dagli animali in quanto l’uomo parla con le parole e l’animale no, ma esiste una manifestazione di noi stessi dovuta ai comportamenti ed appunto al linguaggio muto, al linguaggio gestuale. Quindi la ricerca del perché di un gesto, del perché un gesto può significare in un paese una cosa e in un altro paese una cosa completamente diversa e perfino opposta, del perché esistono certi riti, come riti antichi si siano travasati nella città moderna, ebbene tutto questo Morris lo analizza con vivacità, umorismo e spirito interpretativo apprezzabile. Così ci da un’antropologia perfino delle partite di calcio che somigliano al trionfo della conquista, la realizzazione della cosiddetta “rete”, del goal assume il significato della vittoria. Una miriade di gesti che nati per una certa causa poi si trasformano e perdono l’originario significato: è il caso del pollice e dell’indice messi come la persona che bevono in atto di bere esattamente, di trincare, e che poi assume significato di beneaugurio, di cosa ottimistica, di cosa positiva. L’offerta del bere aveva un significato positivo che poi si trasferisce nel semplice gesto. Apprendiamo che l’abito elegante, che serve in certi matrimoni di lusso era anticamente un abito per la caccia dei ceti superiori che poi si trasferisce ai matrimoni dei ceti elevati, apprendiamo come molto spesso si cerca di fingersi democratici abbassando il livello del proprio vestiario, mai degradandolo, con una connotazione che segnava la “volontà” di questo abbassamento non il reale abbassamento, ad esempio un pantalone scucito che però è un pantalone di marca, apparentemente dimostra che un individuo si riduce alla condizione di operaio, in realtà si nota la divaricazione sociale. Di queste nozioni o notazioni antropologiche, comportamentali, gestuali Morris ce ne documenta moltissimi. E non sono notazioni sparpagliate o slegate, sono piuttosto indicazione del fatto che nulla esiste a caso, che tutto è posto nel retroterra delle tradizioni, delle culture, di gesti necessari o comportamenti necessari resi poi simbolici. Il rapporto tra realtà utilitaristica e realtà simbolica è il punto cruciale del testo di Morris. Morris coglie perfettamente che l’uomo è un creatore di simboli. Ciò a cui tiene è dimostrare che anche gli animali, ad esempio lo scimpanzé, sono capaci di gesti simbolici, perfino di espressioni artistiche. Morris lavorò, si fa per dire, con uno scimpanzè, diede alla scimmia un pennello e dei colori e assistette ai tentativi della scimmia di fare arte. E non ritiene che quando si dice che la scimmia faceva arte antropomorfizzi la scimmia. Tutt’altro. Secondo Morris nella scimmia, in quella con cui egli collaborava, diciamo, vi era proprio una disposizione alla pittura, esattamente alla pittura informale. Si può anche suscitare involontario umorismo nel dire che questa pittura era informale, sarebbe veramente difficile supporre una scimmia che mette nel foglio delle figure riconoscibili! Ma poiché anche l’uomo nell’arte moderna tende all’informale, Morris ha buoni motivi per sostenere che si tratta di una tendenza comune sia alla scimmia in particolare sia all’uomo, e che la conquista dell’arte informale è in qualche maniera comune agli uomini e alle scimmie. Dei prodotti artistici della scimmia, che si chiamava Congo, Morris fece una mostra a Londra. Sostiene, a tanti anni di distanza, la validità di quella esperienza. Validità, perché? Perché secondo Morris l’attività simbolica non è esclusiva dell’uomo. Noi non ci differenzieremmo dagli animali almeno quelli più evoluti per l’attività simbolica, avendo pazienza e attenzione possiamo scoprire anche negli animali, per esempio negli scimpanzè la tendenza simbolica. Ma veniamo all’uomo. Chi sospetterebbe, ma d’altro canto come non sospettarlo, che il desiderio di viaggiare rientra nelle antiche caratteristiche umane dell’uomo cacciatore? A detta di Morris, e credo che abbia senso quel che egli afferma, l’uomo viaggiatore è un residuo dell’uomo cacciatore. Così come una volta esplorava per avere l’idea del territorio, per assicurarsi, per trovare la preda, più o meno lo stesso fa oggi viaggiando. Insomma, siamo antichissimi, ancestrali anche quando siamo modernissimi e proiettati nel futuro.

Della stessa collana I DIALOGHI, si consiglia di leggere anche I. Eibel-Eibesfeldt - Le invarianti nell’evoluzione della specie