IL FOGLIO, 4 ottobre 2005, pag. III, Ciao Darwin

Quando la scienza si cristallizza in dottrina. Giuseppe Sermonti spiega i limiti del’evoluzionismo.

Giuseppe Sermonti

L’evoluzionismo darwiniano ha due fondamenti: la “variazione casuale” (oggi “mutazione”) e la “selezione naturale” di quelle variazioni. Jacques Monod espresse efficacemente i due concetti nel titolo famoso della sua opera, “Il Caso e la Necessità” (1969), traendo i due termini da una frase di Democrito (IV sec. a.C.): “Tutto ciò che esiste al mondo è frutto del caso e della necessità”. Nel titolo della sua “Origine delle Specie” Darwin attribuiva le origini alla Selezione Naturale “ovvero la prevalenza delle razze favorite”, così che l’evoluzione divenne per un po’ sinonimo di selezione naturale. Ma Darwin stesso finì con l’ammettere di averle dato troppo peso e che quello era stato “uno dei più grandi sbagli (oversights) trovati nel mio lavoro.” Anche la scienza del novecento ha raggiunto la conclusione che la selezione naturale poco o nulla ha a che fare con la nascita delle specie. E il Caso è tornato protagonista. A due millenni e mezzo da Democrito e un secolo e mezzo da Darwin, sta tornando a montare negli Usa la disputa tra sostenitori e oppositori del darwinismo, iniziata ottant’anni fa col famoso “processo alle scimmie”. In molti Stati si discute se il darwinismo sia l’unica teoria della vita da insegnare nelle scuole, o gli si possa opporre qualcos’altro. Si tratta di una contesa filosofico-religiosa più che di un dibattito scientifico. I darwinisti semplicemente negano la qualifica di scientifico a qualunque pensiero che si opponga al loro credo e lo derubricano a bigotteria, rifiutando di mescolare scienza e religione, come vuole il Primo Emendamento della Costituzione americana.
Sono stato qualche mese fa in Kansas per partecipare a una “testimonianza” sul problema dell’insegnamento dell’evoluzione nelle scuole medie: i darwinisti semplicemente non si sono presentati. Per me, il motivo del loro rifiuto, che si è ripetuto in altri Stati, è una diffusa insicurezza che sta invadendo il campo evoluzionista. Questo si trova infatti con una teoria confusamente definita, che prende corpo solo nella contrapposizione alle pretese dei suoi oppositori. Messa da parte la struggle for life spenceriana, il darwinismo ha perso la sua carica romantica per trasformarsi in un esistenzialismo irreligioso. Non è una teoria del progresso, non è una teoria dell’adattamento, forse non è altro che la teoria del cambiamento senza senso. Questa conclusione anarchica affascinò gli evoluzionisti di metà novecento.
All’inizio del secolo XX il darwinismo era andato in seria crisi, per difetto di un processo che ne spiegasse il meccanismo. Era nel contempo emersa la nuova scienza della Genetica mendeliana. Questa si pose subito in contrasto con l’evoluzionismo, perché era la scienza della ordinata “stabilità” matematica della vita (nell’orto di un convento), in contrasto con il caotico disordine della natura selvatica, affidata al Caso cieco. Negli anni trenta si arrivò alla cosiddetta Teoria Sintetica dell’Evoluzione, che rappresentò un compromesso tra evoluzionismo e genetica. L’evoluzione si ridusse così allo studio della variabilità genetica all’interno delle popolazioni, un fenomeno minore che nulla spiegava dell’Origine delle Specie (microevoluzione), e tanto meno della fondazione dei grandi gruppi (macroevoluzione). Alla base della emergenza delle forme rimase il Caso, cioè il nulla. È del 1969 questa asserzione di Monod, che così stabiliva la base dell’ideologia evoluzionista: “…soltanto il Caso è all’origine di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice stessa del prodigioso edificio dell’evoluzione.” E l’uomo? “Il nostro numero è uscito alla roulette,” risponde Monod.
Queste sbarazzinate di un “americano” a Parigi sono diventate la bibbia laica della biologia. Ogni tentativo di dare una regola, una geometria, un significato alla vita è stato bollato come animismo, vitalismo o creazionismo. Per trent’anni gli avversari del paradosso di Monod si sono impegnati a opporre la improbabilità astronomica che le strutture biologiche, anche le più semplici, fossero frutto del caso. Affidare la complessità biologica al caso, si disse, era come sostenere che la Divina Commedia derivasse dall’Iliade per cambiamenti accidentali di una lettera per volta, o che Notre Dame si fosse formata per l’accumulo casuale di mattoni vaganti sulla Senna. Duemila anni fa Cicerone aveva affermata l’impossibilità che un solo verso di Ennio si potesse formare pescando a caso una quindicina di letterine. Forse già presagiva la follia di due millenni dopo.
A questo punto penso stia divenendo chiaro che, se vi è una dottrina che non rientra nei parametri di una teoria scientifica, quella è proprio il darwinismo. Manca di una formulazione convenuta, non si esprime in leggi articolate, non si espone alla confutazione popperiana. W.T. Thompson F.R.S. ha affermato severamente nell’introduzione a una edizione centenaria de “L’Origine delle Specie” di Darwin: “Questa situazione dove uomini si riuniscono a difesa di una dottrina che non sono capaci di definire scientificamente, e ancor meno di dimostrare con rigore scientifico… è anormale e indesiderabile nella scienza.” Karl Popper ha dichiarato espressamente che la teoria di Darwin non è “scientifica” perché non può essere falsificata. E Giuseppe Montalenti, più esplicito: “Anche se tutte le particolari teorie escogitate da Darwin… risultassero infondate o false”, la ‘verità’ dell’evoluzionismo rimarrebbe.
Sia nel mio recente viaggio a Seattle e in Kansas, che nella lettura della stampa americana e italiana, ho trovata una paurosa povertà di argomenti pro-Darwin. Questi riguardano la tesi minore, cioè quella selezione che Darwin ammise di aver sostenuto per una svista. L’esempio d’obbligo di mutazione-selezione è la resistenza agli antibiotici. Ma ai microbiologi è ben noto che quella resistenza non è dovuta a una mutazione, ma alla “infezione” ad opera di una particella (proveniente da altro ceppo se non da altra specie) che trasporta un gene per la resistenza. I resistenti per mutazione ci sono, ma sopravvivono in presenza dell’antibiotico e cedono subito in sua assenza: non sono un miglioramento. A volte viene riesumata la storia del “melanismo industriale”, cioè della falena nera che si nasconde agli uccelli predatori sulla cortecce annerite dalla fuliggine: ipotesi contraddetta da troppe esperienze: le falene non frequentano i tronchi, la varietà nera permane dopo che il “clear air act” ha eliminato la fuliggine. Batteri resistenti e falene nere, che povero repertorio a difesa!
L’ultima risorsa a sostegno del darwinismo è la fabbrica di un avversario di comodo: chiunque tenti di attribuire alla natura qualche regola, qualche progetto, qualche disegno è messo fuori causa, tacciato di medievale “creazionismo.” Le ragioni del darwinismo sono i torti dei suoi oppositori! (un po’ come in Italia dove gli argomenti della sinistra si risolvono nelle accuse a Berlusconi). La battaglia contro l’assolutismo darwiniano è capeggiata negli Usa dal “Discovery Institute” di Seattle, che oppone al “Caso” il “Progetto Intelligente” (Intelligent Design). Non si tratta, a mio avviso, di una teoria alternativa alla teoria dell’evoluzione. È la rivendicazione della presenza, nei territori della vita, di legalità, di propositi, di geometrie, di regole, e, per Dio!, di qualche grazia e significato.
La vita fatta a caso rifiuta gusto e bellezza, perché troppo umane e sconosciute nelle oscurità del Caos. Fatemi ricordare questo aneddoto: una signora (scettica) chiede al marito: “Se in un punto sperduto dell’universo si radunassero per caso alcune foglie e, ancora per caso, esse incontrassero un pugno di cristalli di sale, e goccioline d’olio e d’aceto… non ne verrebbe un’insalata?” “Sì, cara, ma non buona come la tua.”