Il sogno di J. Allan Hobson

Aldo Carotenuto

Quando ho letto il libro di Hobson, Sognare, e ho accolto l’invito a scriverne la prefazione, avevo in mente un solo pensiero: quello che è scritto in queste pagine è assolutamente veritiero, coerente e dimostrabile, ma è anche altrettanto attaccabile, nella misura in cui potrei passare al vaglio ogni singola parola di questo libro per ribaltarla nel suo contrario. Tuttavia, questo sarebbe un lavoro interpretativo che non renderebbe giustizia alle verità che trapelano da questo testo. Al di là del punto in cui si situa l’osservatore - psicoanalitico o scientifico che sia - devo ammettere che ci sono molte cose che sento di poter liberamente condividere con l’Autore.
E’ assolutamente strabiliante come di una stessa medaglia si possano avere visioni così differenti. Ma siamo poi sicuri che si tratti della stessa medaglia? Credo di poter sinceramente rispondere di no. L’interpretazione di un evento - sia esso fisico o psichico - non ha nulla a che vedere con la sua causa, e questa è un’ambiguità con cui la psicoanalisi ha sempre dovuto confrontarsi, dai tempi in cui Freud cominciò a fare della metapsicologia. Il fatto che il sogno sia organicamente determinato dalla fase REM del sonno, non mi impedisce di attribuire un senso alle immagini oniriche - o viceversa. E’ solo una questione di preferenze, eliminate le quali si vive bene ugualmente: posso benissimo continuare a vivere, in piena tranquillità, evitando di interrogarmi tanto sul senso psicologico quanto sull’origine fisiologica dei sogni.
Solo che quando un paziente viene in analisi, non manifesta alcun interesse per lo stato dei suoi neuroni, quanto invece ne manifesta per il valore delle sue emozioni. Perché? La ricerca di un senso, più che di una causa, è ciò che aiuta il paziente, proprio per quelle ragioni fideistiche a cui fa riferimento Hobson. Ma c’è di più: nessuno - e qui cito direttamente l’Autore - vuole sentirsi dire che le cose vanno in un certo modo perché così deve essere. Se la nostra vita fosse contrassegnata da una simile prospettiva, perderemmo ogni entusiasmo e ogni iniziativa: basterebbe lasciare alla natura o ai complessi la facoltà di compiere il loro corso e rassegnarsi tristemente ad essere agiti da una forza indipendente alle nostre volontà.
E’ questa una delle ragioni per cui la Chiesa cattolica ha sancito l’esistenza, per quelli che ci credono, del Purgatorio: perché se il canone morale si fosse esaurito nella semplice polarità bene-male, nessuno avrebbe tentato di porre rimedio ai propri sbagli. Ed è questa una delle ragioni per cui anche le più assurde mutazioni geniche, all’origine di malattie gravi, trovano spiegazione nella causalità di un tentativo per prove ed errori. Nulla è rigidamente determinato. Tutto trova una spiegazione in una finalità, le cui tappe sono incognite, ma la cui meta è quanto mai salutare: la vita evolve in direzione del suo mantenimento, non della sua distruzione; anche se in questa prospettiva il bene dei molti può costruirsi sulla triste sorte di alcuni.
Detto questo, non penso che spiegare ad una persona perché soffre sia risolutivo (tranne nel caso in cui scoprire la causa corrisponda ad eliminare gli effetti, come nel quadro di un modello strettamente medico, dove tuttavia non sempre ciò è possibile), ma inquadrare una sofferenza, determinata da cause non risolvibili, in un contesto di significatività, può costituire un enorme beneficio, almeno in termini psichici. Ogni tentativo di attribuzione di senso lascia maturare in me qualcosa. Cosa? Questa è la domanda di Jung, a differenza di Freud che si chiedeva “perché?”. Il perché lo lascerei ai neurofisiologi, che sicuramente hanno molto da insegnare in materia.
Se soffro per una malattia in fase terminale, per una rottura sentimentale o per un indefinito malessere esistenziale, tutto ciò che chiedo è la narrabilità dell’evento doloroso e qualcuno disposto a seguirmi in questo mio angusto pellegrinaggio. Narrare significa definire, e definire significa interpretare alla luce di un senso. Ma purtroppo gli eventi più dolorosi sembrano sfuggire alla logica del senso e, allora, l’indagine psicoanalitica si pone come unico obbiettivo la partecipazione emotiva a un dolore che, per natura, si nutre di se stesso, accentuando l’isolamento. La “cura della parola” non è altro che questo: un rapporto “palliativo” (da “pallium”, ossia mantello), dunque qualcosa che avvolge, penetrando e accogliendo la solitudine e la sofferenza dell’altro. Almeno nel contesto dell’analisi, giacché la società moderna ci offre ben poche opportunità di comunicare ad un livello che non sia la superficialità degli stereotipi, ho la libertà di dire ciò che voglio, senza alcuna restrizione o convenzione. Proprio come accade in quelle due ore di sonno REM, ogni notte, durante le quali il mio cervello è libero di lasciarsi andare alla “follia”.
Quando Hobson dice che l’attività onirica del cervello è un’attività creativa di risistemazione, dice una grande verità: il corpo come l’anima ha bisogno di un equilibrio - o del momentaneo squilibrio che assicura alfine un migliore equilibrio -, di un disegno armonico e integrato: il sogno riordina il cervello, come il significato che gli si attribuisce riordina l’anima.

Hobson parla di “una linea di difesa debole” della psicoanalisi, ma da cosa si dovrebbe difendere? Dalla non scientificità del metodo? Questa della scientificità è una pretesa di molti colleghi analisti che non condivido: avvalersi di competenze che non ci competono. Giacché lavoriamo con gli affetti, con le emozioni, non con i neuroni, necessitiamo di intuizione, empatia, partecipazione emotiva. Tutte cose la cui consistenza è impalpabile e quindi non dimostrabile, se non nella partecipazione con cui il paziente ci corrisponde. Non c’è miglior metodo di valutazione di un paziente soddisfatto.
Hobson ha posto il dito in una ferita per molti analisti aperta: non c’è nulla di scientifico nella psicoanalisi, ma almeno io non ho la pretesa di sostenere il contrario e non mi sento in nulla delegittimato da questa affermazione. Ho sempre sostenuto che la psicoanalisi è un’arte, non una scienza.
L’ostracismo di taluni psicoanalisti o delle scuole psicoanalitiche, evidenziato dall’Autore, nei confronti della neurobiologia e della neurofisiologia, testimonia della pochezza di queste persone, che hanno bisogno di una roccaforte teorica inespugnabile per asserire la propria professionalità. Nulla di più sbagliato. La mia validità di analista non nasce dalle teorie di cui mi avvalgo, che ben poco sollievo renderebbero al dolore del paziente, ma dalla mia personale capacità di penetrare la sofferenza altrui, rompendo l’isolamento dell’analizzato.
Nel mio lavoro metto in gioco tutto me stesso, senza potermi avvalere d’altro che della mia capacità o meno di sostenere un rapporto e a nulla mi servirebbe chiamare in ballo Freud, Jung o Lacan. Ciò che “cura” è il rapporto simbolico ed affettivo che, di volta in volta, si instaura tra quel determinato analista e il suo paziente, qualsiasi altra teoria sarebbe un’inutile mistificazione, nonché un modo per giocare con carte false. E in questo devo dare ragione ad Hobson: sono molti i terapeuti che sono venuti meno al principio su cui dovrebbe basarsi la loro professionalità, quello di dire tutta la verità. Ma ciò non significa che gli errori di alcuni debbano invalidare l’utilità del metodo psicoanalitico, in cui personalmente continuo a credere.