il manifesto, 9 marzo 2000

L'epidemiologo della civiltà

Franco Voltaggio

La morte di Mirko D. Grmek, uno dei maggiori storici contemporanei della medicina. Aveva saputo intrecciare il percorso della medicina occidentale a un'attenta esplorazione delle vicende della società e della cultura.

Nella notte tra lunedì e martedì è morto a Parigi, all'età di 76 anni, Mirko D. Grmek, uno dei maggiori storici contemporanei della medicina se non addirittura per chi, come noi, gli tributava un'ammirazione che sconfinava nell'affetto, il più grande. Soffriva da tempo di una gravissima malattia muscolare, il morbo di Charcot, che da ultimo gli aveva devastato in modo irreversibile il fisico, ma lasciati intatti lucidità, coraggio - si sospetta che abbia staccato il respiratore artificiale per restare sino alla fine pienamente cosciente - e appassionato amore per la ricerca.
Ancora un paio d'anni fa aveva dato alle stampe Les maladies dans l'art antique, scritto in collaborazione con Danielle Gourevitch, la studiosa che ne raccoglie l'eredità culturale, dando prova della fedeltà scientifica al suo maestro nelle "Lezioni Italiane" sul tema delle "malattie dei bambini in Galeno" svolte a Roma, per conto della Fondazione Sigma Tau, dal 28 febbraio al 1 marzo presso la cattedra di Storia della medicina della "Sapienza".
Grmek era un uomo schivo, talora persino brusco nel tratto, del resto temperato da una naturale bontà e da un'autentica generosità umana, che non avrebbe mai voluto si parlasse della sua persona, ma di quanto aveva fatto per la medicina e per la storia della scienza medica. Croato di nascita ed europeo per vocazione - una vocazione che non aveva abbandonato neppure in anni recenti partecipando intensamente ai problemi della sua patria e alla tragedia dei popoli della ex Jugoslavia - si laureò in medicina a Zagabria e successivamente soggiornò e studiò a lungo in Italia e in Francia. Era poi passato negli Stati uniti dove aveva condotto importanti ricerche creandosi fama internazionale di grande studioso di raro talento e acume. Stabilitosi in Francia fu nominato "Directeur d'études" all'"Ecole pratique des Hautes Etudes" di Parigi. Lavorando all'"Ecole pratique" sino al 1994, anno in cui si ritirò per raggiunti limiti di età, aveva creato una tradizione di studi storici in cui il percorso della medicina occidentale si intreccia a un'attenta esplorazione delle vicende della società e della cultura. Di qui il suo speciale interesse per i contesti culturali più vicini alla medicina come la filosofia e per altri apparentemente lontani come la letteratura e l'arte; un interesse che ne fece uno dei primi cultori di quelle che si chiamano oggi le medical humanities. Questo spiega perché, soprattutto, negli anni '80 e '90, l'indirizzo da lui dato alla storia della medicina finisse con l'influenzare profondamente scuole e studiosi italiani che videro in lui un protagonista della stessa cultura italiana. Del riconoscimento di cui Grmek godette in Italia sono, tra l'altro, testimonianza la collaborazione con l'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, la direzione di una fondamentale opera collettanea (Storia del pensiero medico occidentale, Laterza, 1993-1998), la partecipazione a numerosi congressi scientifici, il ciclo di "Lezioni Italiane", sulla sperimentazione del vivente nell'antichità, tenuto, per la Sigma Tau, nel maggio 1996 a Padova (presso la cattedra di semeiotica medica) e infine il conferimento, nel 1998, della laurea honoris causa in filosofia da parte dell'università di Bologna. Se Grmek era, nel modo suo proprio, un umanista, l'approccio umanistico alla medicina non nasceva da un pregiudiziale atteggiamento critico nei confronti della scienza medica, ma al contrario da un'attenzione estrema ai progressi e problemi della bio-medicina contemporanea. Come storico, era profondamente convinto che il percorso della ricostruzione storica dovesse procedere da una precisa individuazione dei fatti e dalla valutazione delle componenti costanti nell'organismo umano.
Per fatti si devono qui intendere le malattie, per datità costanti gli elementi della fisiologia umana. Una storia della medicina andava pertanto costruita, in primo luogo, come narrazione storica delle malattie delle diverse società e delle strategie di difesa approntate dagli organismi umani avverse ai morbi. Riteneva al riguardo essenziale la lezione di Claude Bernard (1813-1878), il fondatore della medicina sperimentale e, per molti versi, il creatore della fisiologia come cruciale scienza medica, per il quale la malattia è in definitiva l'insieme dei fenomeni che scandiscono la resistenza del milieu interieur (ambiente interno) - qual è propriamente l'organismo - avverso all'aggressione morbosa, quest'ultima in larga misura dipendente dai fattori propri dell'ambiente esterno.
Certamente le malattie non sono cose, come lo sono i microorganismi che provocano le patologie infettive, dal momento che una malattia è, proprio in quanto processo reattivo, indistinguibile dal corpo in cui si manifesta. Cionondimeno, le malattie sembrano avere una realtà indipendente da quanti ne sono affetti. Questa indipendenza può essere colta non nel singolo malato bensì nel grande numero, cioè in quella parte della popolazione che lascia apprezzare gli stessi eventi patologici. Di qui guardare alla concreta realtà delle malattie quale quelle di fenomenologie che investono una popolazione nel suo complesso.
Si tratta di un approccio, nato per molti aspetti insieme alla stessa medicina occidentale, che oggi è noto come epidemiologico e che definisce una precisa disciplina medica, l'epidemiologia. Grmek era dunque un epidemiologo e tra le sue ricerche epidemiologiche va ricordato un ampio saggio, tradotto in molte lingue, dedicato al male tipico del XX secolo, l'Aids (Aids. Storia di un'epidemia attuale, traduzione italiana di C. Milanesi, Laterza, 1989), in cui, tra l'altro, oltre a una penetrante disamina delle cause della diffusione del morbo, viene minuziosamente ricostruita la vicenda delle dispute tra ricercatori francesi e americani sino al momento in cui Montagnier - dell'"Institut Pasteur" di Parigi -, identificò con certezza in un retrovirus, lo Hiv, il fattore responsabile della sindrome di immunodeficienza acquisita. Per Grmek, tuttavia, l'indagine epidemiologica non è in grado di evidenziare l'incidenza e la diffusione di un morbo in una popolazione, se il morbo in questione non viene correlato con tutti gli altri morbi, cronici o ricorrenti in coincidenza con i cicli stagionali, presenti nel gruppo demico considerato. Di qui la teoria della patocenosi, ossia della compresenza in un medesimo tempo, luogo, e in una data popolazione, di tutte le malattie.La teoria della patocenosi, adottata da Grmek tanto per spiegare la diffusione dell'Aids, quanto per ricostruire la condizione patologica del mondo greco (Le malattie all'alba della civiltà occidentale, Il Mulino, '85), comporta una serie di assunti, tutti verificabili con gli strumenti adeguati all'epoca cui ci si riferisce (dati di paleopatologia e documenti letterari per il mondo antico, supporti statistici per quello contemporaneo), che si possono riassumere così: un singolo morbo, sia esso una malattia infettiva o una patolologia degenerativa, non può essere visualizzato altro che in riferimento a tutte le altre malattie di un gruppo demico; la presenza e distribuzione di una malattia dipende dalla presenza e dalla distribuzione di tutte le altre malattie del gruppo; fattori ambientali e culturali sono all'origine di una precisa patocenosi, cioè della tendenza di talune malattie a mantenersi stabilmente in una popolazione (nell'antichità occidentale la costanza (endemia) di sindromi influenzali d'inverno associate a sindromi gastro-enteriche d'estate); l'intervento di un inedito fattore culturale o ambientale può determinare o la prevalenza di un morbo degenerativo (come il cancro nei paesi industrializzati) o quella di una pandemia infettiva - l'Aids - (nel caso di questa sindrome la diffusione del virus pare si debba a uno steward omosessuale in viaggio su una linea aerea americana), il che comporta la rottura di una precedente patocenosi e l'instaurarsi di una nuova. Per certi versi la malattia che provoca la comparsa di una nuova patocenosi sembra la dominante di un picco di patologie che le riassume tutte.
Storicamente, patocenosi tipiche sono quelle della tubercolosi, la "grande assassina" dell'800, della malaria in Italia nel XIX secolo, dell'endemia di tifo petecchiale nella Russia degli zar, ecc. Per quanto riguarda gli ultimi decenni, l'Aids sembra contendere al cancro il triste primato per definire la patogenesi della contemporaneità.
Grmek, naturalmente, non si nascondeva quanto difficile fosse definire con sicurezza la patocenosi nel mondo di oggi, dato che il continuo spostamento di grandi masse umane dal Sud al Nord del pianeta e, soprattutto, il progresso delle comunicazioni hanno di fatto trasformato la Terra in un villaggio globale. E' probabile che se fosse vissuto più a lungo, la prospettiva della patocenosi sarebbe stata ripensata in rapporto alla realtà del villaggio globale. Ma il punto è un altro e consiste, a nostro parere, nella svolta che gli studi di storia della medicina hanno incontrato a partire dall'adozione su larga scala dell'idea stessa di patocenosi.
Per quanto ci concerne, l'approccio impiegato da Grmek può definirsi come una sorta di platonismo medico. Le malattie non esistono come cose, ma come idee, e per la precisione come le idee di Platone, ognuna delle quali non esiste senza le altre e senza un'idea che le assomma tutte, vale a dire l'idea di unità. Nella realtà patologica questa idea è la malattia in sé, intesa come specifica della condizione degli organismi e in particolare degli esseri umani che vivono in società. E' a questo punto che assumono tutto il loro rilievo le abitudini di vita, i fattori culturali, il modo stesso del pensiero umano di concepire la malattia, la tendenza delle società a strutturarsi come sistemi di sicurezza collettiva avverse ai morbi. La storia delle malattie non è immediatamente storia della medicina ma, in quanto scandisce il comportamento dell'uomo sempre in procinto di ammalarsi, getta una luce potente sul modo scelto per associarsi, per mettere a punto sempre nuove tecniche e arti della guarigione, per fare di queste arti una scienza prioritaria, per l'appunto la medicina, che oggi, specie come biomedicina, è sul punto di diventare la finestra privilegiata per osservare la vita dell'umanità. Una disciplina scientifica "dura" come l'epidemiologia è divenuta così, con Grmek, il presupposto di un nuovo umanesimo che non rigetta la scienza per meditare sull'uomo ma, al contrario, se ne vale come di uno strumento che, permettendo di cogliere i fatti e inquadrarli in idee, consente di accostarsi in modo concreto agli elementi propri, economia, politica, cultura della grande storia.

Mirko Drazen Grmek, La vita, la malattia e la storia, Di Renzo Editore

Franco Voltaggio, Il medico nel bosco, Di Renzo Editore